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Un Blog francamente superfluo

Ricorda Brundibar

by AsinoMorto

Sì, certo, la memoria.

E allora ricorda Brundibar. Ascolta quelle voci di bambini nell’aria di Theresienstadt, rimbalzare sui muri grigi di quel ghetto per ebrei privilegiati, ebrei ricchi, colti, altolocati, artisti. Ebrei un po’ meno ebrei, o forse un po’ di più, perché i Nazisti erano civilizzati, rispettavano la classe e il censo e la cultura. Erano gente pratica e concreta.

E bisogna essere pratici e concreti per cogliere le sfumature nei diversi sottouomini possibili, per capire che non sta bene bruciare un musicista, non è opportuno affogare un professore, ci sono gli ultimi e poi i penultimi. E poi qualcuno deve raccogliere i nostri pomodori, giusto?

Ecco, comprendi ora? La memoria, confonde.

Guarda il palco, quei bambini, come le aiuole sistemate il giorno prima, per rendere meno grigi quei muri grigi, più accoglienti quelle prigioni, la Croce Rossa fa il suo giro, bisogna far bella figura.

Ma quei poveri genitori cosa pensavano mentre applaudivano? Un ultimo momento di normalità, di serenità, fermare il tempo, un sorriso, va tutto bene. O forse colti, artisti, altolocati, i nostri bambini, non sono bambini come gli altri. Certe cose a noi non possono capitare, sperando fino all’ultimo di essere salvati. Sapevano che erano già tutti morti? O fingevano di non sapere? Forse tutto questo, o forse nulla di tutto questo.

Comprendi ora? La memoria, strazia.

E cosa passava per la testa di Paul Eppstein, Anziano tra gli Anziani, nel momento in cui veniva fucilato? Era ancora convinto di essere nel giusto, o tormentato dal dubbio che la sua anima bruciasse all’inferno? Vale più un essere umano salvato, o migliaia perduti? A causa mia? Ma cosa potevo fare io, di più? Liberato finalmente dai peccati o ennesima vittima dell’ennesimo crimine? O tutte e due le cose? O nessuna delle due?

E tu Decano Murmelstein che lo sostituisti, eri in preda alla vanità? O semplicemente volevi salvare te stesso? O magari pensavi fosse la cosa giusta da fare? Oppure hai sperato fino all’ultimo che non toccasse a te, uomo che non troverai posto per la tua bara, collaborazionista o salvatore di ebrei? O tutte e due le cose. O nessuna delle due?

Comprendi ora? La memoria, angoscia.

E tu Hans, talentuoso compositore, pensavi veramente che l’Arte avrebbe salvato il mondo? Perché usare il bel canto per scrostare il sangue e la merda dai loro stivali? Volevi guadagnare qualche giorno di vita in più? O forse, semplicemente, morire come sei vissuto, a suon di musica, strappando un po’ di vita alla morte, un ultimo sberleffo al boia. O forse tutte e due le cose. O forse nessuna delle due.

Comprendi ora? La memoria, lo spirito dell’Uomo, il senso di dolorosa fragilità.

E i funzionari della Croce Rossa, lì in prima fila, anche loro applaudono, tutto bello, tutto normale, siamo gente civile, ghetto, che brutta parola, ascolta la musica piuttosto.

Ma hanno creduto veramente a quella finzione, possibile che non si siano accorti di nulla, che abbiano creduto alle SS, sorridenti con il sorriso di squalo, appena un po’ nervosi sotto le divise ben stirate. Hanno creduto che ci potesse essere una deportazione civile, garbata, una soluzione politica di sterminio? O volevano credere? O tutte e due le cose? O forse nessuna delle due.

Possibile che nessun burocrate, impiegato, ferroviere, qualcuno, possibile che nessuno si fermasse un secondo, sollevasse qualche dubbio, facesse una domanda, che so tipo, “ma ci crediamo veramente?”, “Dio, Ma che cazzo stiamo facendo?”.

Ma tu ci credi? Ma tu ci vuoi credere? Ma davvero si sono girati dall’altra parte? Complici? Come ieri? Come oggi? L’indifferenza invecchia?

Stai ascoltando Brundibar? hai compreso ora, il peso insopportabile della memoria? La memoria che apre le tombe, che infrange tutte le certezze tranne una, che basta poco, un senso di vertigine, quando diventa normale dare un numero agli esseri umani poi, poi non ti fermi più. Che l’abisso, quando ci cadi dentro non è nero. E’ grigio, grigio come quei muri grigi, che fai finta di non vedere.

Ma quanti modi ci sono di essere vittima? E carnefice? E tu, ma che uomo saresti stato tu?

Ricorda Brundibar. Ascolta la memoria, è come un canto di bambini morti. Portati via dal vento.

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Il regalo più grande. Storia di Natale per disertori

by AsinoMorto

E ci furono quei due ragazzi, figli di contadini: arruolati a forza nelle SS alla fine della guerra, essi si rifiutarono di firmare, furono condannati a morte, e il giorno dell’esecuzione scrissero nella loro ultima lettera a casa: “Tutti e due preferiamo morire che avere sulla coscienza cose cosí terribili. Sappiamo che cosa fanno le SS.”

Cioè, mi fucilano, sul serio.

Vabbè, alla fine non poteva che finire così, io quel pulsante non lo premo, la mia firma su quella lista non la metto, quei disgraziati comunque moriranno, ma non sarà per mano mia.

E loro dicono “ne troviamo mille al tuo posto”. E io rispondo “novecentonovantanove, da ora”.

E allora dicono “cosa credi di fare? Questo è comportamento antisociale”. E io rispondo “no, è diserzione”.

E quelli continuano “ma un uomo della tua cultura, non ti rendi conto che sono barbari, incivili, mezzi uomini? Perché ti interessa di loro?”. E io continuo “ma tutta questa cultura, a che mi servirebbe se non per comprendere che nessun uomo è un mezzo uomo? Nessun uomo è un numero?”.

E poi “non possiamo permetterlo, se rifiuti dovrai morire”. E io “meglio che avere sulla coscienza cose così terribili”.

Ed eccomi qui, davanti al plotone di esecuzione, su un piazzale, freddo a dirla tutta. E quelli dicono “questo stupido gesto di individuale ribellione non ha senso. Nessuno saprà cosa hai fatto, nessun ricorderà il tuo nome”.

E io dico “qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. I vuoti di oblio non esistono”.

“E’ pazzo” dicono loro “giustiziatelo”.

E mi giustiziano e va bene così, perché è vero, se devo morire preferisco morire d’inverno, anzi a Natale.

Così magari Babbo Natale mi porta l’immortalità o uno scudo d’energia, o magari qualche superpotere per volare via da questo piazzale, freddo.

Anzi no, forse il regalo più grande è quello di riuscire comunque, sempre, qualsiasi cosa succeda, a distinguere il bene dal male, comprendere che ci sono confini che non devono essere superati. L’asticella a un certo punto non deve scendere più.

Anzi no, forse il regalo più grande è il coraggio, anche di morire, se necessario. Piuttosto che oltrepassare quel confine. Costi, quel che costi.

Anzi no, il regalo più grande è fermarsi prima, dire no, tanti no, uno dietro l’altro, urlare che non ci stiamo, sbattere in faccia al mondo la nostra individuale, intransigente diserzione. Fermare l’asticella.

Il regalo più grande, capire. Finché siamo ancora tempo.

Essi avevano conservato intatta la capacità di distinguere il bene dal male.

anatalepuoi, truculenta storia di Natale

by AsinoMorto

Era la vigilia di Natale di tanto tempo fa, passeggiavo in centro per l’ultimo giro di acquisti, mi ferma un vecchio e mi dice sediamoci su quella panchina, devo raccontarti una storia.

Questo è matto penso io ma dai, è Natale, se non dai retta ai vecchi a Natale quando mai? Ci sediamo su una panchina, il vecchio guarda in alto le luminarie, poi guarda me, poi guarda le luminarie, poi guarda me. Tira un sospiro e inizia a raccontare.

Era la vigilia di un natale di tanto tempo fa e genitori, parenti, amici si affollano nella palestra di una piccola scuola in periferia e i bambini sono tutti contenti perché c’è la recita di natale.

Due palle che non ti dico, a dirla tutta, ma funziona così, è Natale, la recita ci vuole. E non manca mai la scenetta, la cosa che fa ridere e applaudire mamme, papà e nonni e c’è ohhappydays e bianconatal. E c’è anatalepuoi e tutti i bimbi a dire mamma mamma, la musica del panettone!

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All’indietro sui tacchi a spillo. Una storia del 2 giugno 1946.

by AsinoMorto

Eccoci qua.

Dai, sono la prima al seggio, sóccia, c’è quel vecchio arnese del notaio, quello che mentre noi stavamo in montagna faceva il lecchino con fascisti e tedeschi e per non perdere brisa l’abitudine ora fa il lecchino con repubblicani e monarchici.

Quello dice che le donne devono stare a casa, a fare i lavori, a badare le creature, che siamo senza cervello, che noi donne voteremo a raglio e il latte verrà fuori inacidito, quelle robe lì da fuori dei coppi. Quel patacca, atveniancancher.

L’altro giorno la Iole aldìs ve’ che mondo ingiusto, tutti a dire come balla bene Fredastér, come veste bene Fredastér, che grande che è Fredastér, ah poi c’è la Gingeroger, sì, balla bene anche lei, però certo che Fredastér…

E invece sai che ti dico, ce lo voglio vedere al Fred ballare all’indietro sui tacchi a spillo come la Ginger, i tonfi sul culo che prende quello là, come gli si stropiccia subito la camicina, a quello là.

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W.I.N.S.T.O.N.

by AsinoMorto

Era il tempo della fretta, delle frenetiche giravolte tattiche, delle convinzioni variabili. I tempi nuovi che qualcuno pensava dovessero essere improntati alla leggerezza, furono invece contaminati dalla superficialità.

Alla fine la maggioranza delle persone cominciò a considerare la critica un fastidio, il dissenso un impiccio, il dubbio uno scandalo. La propaganda divenne anestetico, l’egemonia gabbia, la pacificazione sonno.

Solo in rete rimaneva ancora qualcuno che per principio, istinto o dignità, provava a tenere vivo spirito critico e dubbio, faceva domande, sollevava contraddizioni, cercava incessantemente altri punti di vista.

Poi arrivò W.I.N.S.T.O.N.

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