All’indietro sui tacchi a spillo. Una storia del 2 giugno 1946.

di AsinoMorto

Eccoci qua.

Dai, sono la prima al seggio, sóccia, c’è quel vecchio arnese del notaio, quello che mentre noi stavamo in montagna faceva il lecchino con fascisti e tedeschi e per non perdere brisa l’abitudine ora fa il lecchino con repubblicani e monarchici.

Quello dice che le donne devono stare a casa, a fare i lavori, a badare le creature, che siamo senza cervello, che noi donne voteremo a raglio e il latte verrà fuori inacidito, quelle robe lì da fuori dei coppi. Quel patacca, atveniancancher.

L’altro giorno la Iole aldìs ve’ che mondo ingiusto, tutti a dire come balla bene Fredastér, come veste bene Fredastér, che grande che è Fredastér, ah poi c’è la Gingeroger, sì, balla bene anche lei, però certo che Fredastér…

E invece sai che ti dico, ce lo voglio vedere al Fred ballare all’indietro sui tacchi a spillo come la Ginger, i tonfi sul culo che prende quello là, come gli si stropiccia subito la camicina, a quello là.

E io dico che ha proprio ragione la Iole, che noi donne è tutto più difficile, più sudore e fatica, proprio come andare indietro con i tacchi a spillo, almeno credo, perché io le scarpe coi tacchi a spillo non le ho mai brisa avute. Però sai che ti dico, vecchio bavoso con lo sguardo da porco, sai che ti dico? Che noi donne qua ce lo siamo guadagnato il voto, ce lo meritiamo anche più di voi vecchi lecchini, ataldég.

Ce lo siamo guadagnato in montagna, assieme agli uomini e al freddo e al fango e alla neve, che sapete solo fare la calza e invece pam pam pam, mirare è come infilare il filo nell’ago, altro che calza; e in pianura al sole e la pioggia, giù a macinare chilometri in bicicletta, più di Bartali e pure con la sottana e gli ordini nascosti tra i seni.

Ce lo siamo guadagnato nelle fabbriche, schiena che brucia e mani gonfie, con il ciripà come i bambini che la soddisfazione di sporcare di sangue la tuta con le mie cose non te la do mica sai, piuttosto il sangue te lo sbatto in faccia, il sangue di tutte le donne morte ammazzate ai posti di blocco, in combattimento, sotto tortura sóccia che ci hanno provato ma non abbiamo brisa parlato e ti abbiamo salvato i maroni a te ve’, mica a qualcun altro e nei campi a concimare e a tenere dietro ai tuoi figli che tu no che c’hai da fare tu, questi sono lavori da donne ma va va, patacca pure te.

E ce lo siamo guadagnato con i capelli bianchi, uno per ogni ingiustizia patita. E le rughe sul viso, una per ogni figlio ammazzato.

E allora sai che ti dico, notaio brutto porco guardami pure nella scollatura se vuoi, tanto non lo vedi il cuore che mi batte nel petto per l’emozione e la mano mi trema, ma questa volta è un passo avanti e le scarpe coi tacchi io non le ho brisa mai avute, ora ho una matita in mano e con quella matita in mano sono uguale a te, possiamo far crollare mondi e corone, possiamo guardarti dritto negli occhi e farti paura.

E lo so non sono mica stupida che non sarà il paradiso, ci aspettano ancora momenti difficili, ci divideranno, ci piegheranno, gli occhi si appanneranno e continueranno a bruciare le streghe in piazza, continueranno a dire la mia signora, l’amore mio, l’angelo del focolare, la sottana, i buoi dei paesi tuoi e ci saranno tempi in cui dovremo ricominciare, come il raccolto e il sole che tramonta e poi sorge e poi tramonta ancora e noi sempre lì e c’è il raccolto buono e c’è la semina cattiva. E vorrei avere una figlia, per poterle raccontare come mi batte forte il cuore e mi trema la mano.

Perché oggi, notaio, vecchio arnese, oggi facciamo un passo avanti, notaio, lecchino che non sei altro, oggi te lo prendi nel bessacchino.

Oggi sono Popolo Sovrano anche io.

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