anatalepuoi, truculenta storia di Natale

di AsinoMorto

Era la vigilia di Natale di tanto tempo fa, passeggiavo in centro per l’ultimo giro di acquisti, mi ferma un vecchio e mi dice sediamoci su quella panchina, devo raccontarti una storia.

Questo è matto penso io ma dai, è Natale, se non dai retta ai vecchi a Natale quando mai? Ci sediamo su una panchina, il vecchio guarda in alto le luminarie, poi guarda me, poi guarda le luminarie, poi guarda me. Tira un sospiro e inizia a raccontare.

Era la vigilia di un natale di tanto tempo fa e genitori, parenti, amici si affollano nella palestra di una piccola scuola in periferia e i bambini sono tutti contenti perché c’è la recita di natale.

Due palle che non ti dico, a dirla tutta, ma funziona così, è Natale, la recita ci vuole. E non manca mai la scenetta, la cosa che fa ridere e applaudire mamme, papà e nonni e c’è ohhappydays e bianconatal. E c’è anatalepuoi e tutti i bimbi a dire mamma mamma, la musica del panettone!

E mentre il coretto stona, c’è una bimba che ride e ha gli occhi di nocciola che brillano e sembra felice ma non di quella felicità della tivvù, un po’ finta, che non sai come inizia e come finisce, quella è una felicità determinata, convinta, cazzuta.

Lì vicino un ragazzino scuro in volto tiene per mano un bimbo che si muove tutto scomposto e urla e si divincola e il ragazzino giù tozzoni e porcoqui e porcolà per farlo stare fermo e zitto ma il bimbo si muove ancora di più e fa ancora più casino e la gente scocciata dice ma cosa urla quello, ma cosa vuole, fateci ascoltare i bambini che stonano anatalepuoi.

E ad un tratto, che i bambini sono lì a mezzo con la canzoncina, tra che bello stare insieme e si può fare si può fare di più, si fa buio e silenzio, un aria gelida irrompe nella palestra e tra il rusco e il brusco non ti appare un angelo sterminatore?

Cioè, quello stava per aria con le ali bianchissime ed enormi, la corazza brillante, l’elmo scintillante, aveva un volto che sembrava un attore del cinema ma incazzato come un fabbro a fine turno, affascinante e pauroso.

Anche se non avevi mai visto un angelo, lo capivi subito che era un angelo. E che fosse del genere sterminatore, diventa chiaro quando quello estrae una spada fiammeggiante che fa più luce dell’albero di natale alto due metri nell’angolo della palestra e come se niente fosse incomincia a tagliare teste e sventrare cristiani, così, come il grissino nel tonno o il coltello nel burro, insomma, ci siamo capiti.

Il ragioner Fibocchi è il primo, facoltoso evasore totale e collezionista di raffinate statuine del presepe napoletano, che proprio lunedì era riuscito a entrare nelle graduatorie della mensa scolastica, sbattendo fuori la famiglia Caroni, lei disoccupata, lui invalido, tre figli e nemmeno un euro a raschiar le mattonelle. Bisogna farsi furbi nella vita, diceva sempre il Fibocchi, mors tua vita mea, diceva sempre. E ora non lo diceva più. Nessuno dei setti pezzi sparsi per la palestra potevano dire più niente.

Poi è la volta della Signora Betocci vedova Baraldi, vecchia acida e secca come la befana ma con scarpe nuovissime da 700 euri, per scarpa. Proprio ieri, verso l’ora del the, mentre faceva shopping nelle vie del centro alla ricerca di addobbi di un certo livello, ha rifiutato sdegnosa un euro a un poveraccio, vai a lavorare barbone, gli ha detto. Proprio lei, che non aveva lavorato mai un giorno solo in vita. Proprio lei, amante di potenti, chiaccherata moglie di notabili spregiudicati e faccendieri senza scrupoli. Proprio lei, proprio lei.

Terzo il Dott. Cagnoni, assessore alla legalità, corrotto figlio di puttana, primo firmatario della legge sul decoro dei parchetti pubblici, cultore di Voltaire e Pasolini, dei quali però non ha mai capito un cazzo, noto saltatore su carri di vincitori, famoso per non aver fatto mai nulla di appena lontanamente onesto in tutta la sua vita.

Quarto il Cavaliere Santalmassi, uomo di chiesa devoto e pio, animatore di parrocchie e frequentatore di sagrestie. Ma nemmeno un cero per il figlio morto suicida, solo, ripudiato, abbandonato, quel frocio, come lo chiamava il Cavaliere quando parlava del figlio, ma sottovoce, che certe cose non si devono sapere.

Quinta la signora Varalli, madre affettuosissima di bambini viziatissimi, che mercoledi preparando l’albero di natale e allestendo un grazioso presepe con deliziose statuine di porcellana bianca, si trovò costretta a spegnere la tivvù, che le immagini dei bimbi morti in mare rovinavano l’atmosfera natalizia, non tanto per il peso della umana compassione, quanto per la nuance di rosso dei colori spenti, che mal si intonava all’equilibrio cromatico degli addobbi.

E sesto, settimo e ottavo seguono i di lei figli, che comunque sarebbero diventate spregevoli persone, senza cuore e, a dirla tutta, di gusti assai discutibili.

E uno dopo l’altro tutti in quella palestra passano al Creatore, in due o più pezzi, squartati, recisi, separati dai propri peccati, che fossero infanti, adolescenti, vecchi o giovani, uomini, donne o dalle diverse sfumature, ciascuno aveva qualcosa da scontare e tanto grande la colpa, quanto profondamente la lama fiammeggiante straziava le loro carni.

Alla fine, fu questione di pochi secondi, rimangono vivi soltanto in tre. La bimba col sorriso di nocciola, il ragazzino che dava tozzoni e il bimbo che li prendeva.

E si seppe poi che la bimba il giorno prima aveva pianto lacrime profonde al pensiero di bimbi come lei morti per fame, guerra, carestia, bombe, botte e così via. E lei aveva pianto da sola in un angolino della sua stanza e pianto, pianto, pianto fino a che ebbe lacrime da piangere da quegli occhi di nocciola.

E se possiamo certo dire che il mondo non cambiò per nulla dopo quel pianto, certo quel pianto cambiò profondamente la bimba. Tanto che, ormai cresciuta, diventò una di quelle che aiutano i rifugiati e gli sfollati, quelli che stanno sotto le bombe e in mezzo ai casini e tra le macerie. E dicono che ne ha salvati più lei che Gesù Cristo prima di salire sulla croce. E aveva sempre gli occhi di nocciola che sorridevano come quando era bambina ed era sempre felice, di una felicità cazzuta, che fermava bombe, botte e spalava macerie.

E il ragazzino scuro in viso, quello che passò tutta la festa a urlare e sgridare il suo amico che non voleva stare zitto e faceva versi poco natalizi e non stava in fila e il ragazzino giù a tirar moccoli e tozzoni e basta diceva e ora te ne prendi un altro diceva. Però non gli lasciava mai la mano e stava lì con lui davanti a tutti, che un po’ li scherzavano, guarda quel bimbo e quell’altro fesso dietro, ma lui non mollava e gli stava vicino smoccolando e poi quando nessuno li guarda, il ragazzino prende da parte il suo amico e gli dice scusami ma stavi rovinando la canzoncina.

E quel ragazzino è cresciuto e dicono che si è dedicato agli ultimi della terra, a quelli che restano indietro, a quelli che tutti li scherzano e lui lì, non li ha mai mollati, smoccolando e tirando tozzoni ma sempre lì, con le mani a fare a gara con il cuore a chi era più grande, fianco a fianco, come quella festa nella palestra, come con il suo amico, che non lo aveva lasciato mai.

E il bimbo pensa te, si scopre che ha un senso per la musica che nemmeno Mozart da giovane e diventa uno che suona davanti alla gente e la gente è felice e dice socmel che musica, sembra un angelo che suona e ricordano ancora quella volta che si è messo lì al pianoforte a suonare anatalepuoi pensa te e niente, sembrava che il mondo si fosse fermato ad ascoltarlo e anche gli angeli sterminatori hanno smesso di sventrar cristiani, giuro.

E da quella volta, quando qualcuno suonava anatalepuoi, nessuno diceva ehi, la musica del panettone, ma dicevano ehi, la musica che suona quello che suona come un angelo e su youtube ha centomiliardimila di follouers, anche se nessuno di questi, a dirla tutta, sa che tanti anni prima a quella festa, quando il ragazzino scuro in volto tenendogli la mano disse scusa stavi rovinando la canzoncina, lui rispose sì vabbè ma che merda di canzone oh.

Giuro.

E così termina la storia del vecchio. E io rimango lì a guardarlo, facendo fatica a credere alle sue parole. Guardo il cielo, la neve incomincia a scendere, guardo il vecchio, poi la neve, poi il vecchio e il vecchio mi sorride, mi sorride e poi pum, sparito, come era arrivato, nel vento e nella neve, che scende come da anni non scendeva più.

Rimango lì per un po’, immerso nei pensieri, un po’ stupito e volevo vedervi a voi. E poi vado a casa che dovevo finire l’albero e devo dire che quello fu un bel Natale e poi ce ne furono ancora di migliori e alcuni di peggiori e altri sinceramente da dimenticare.

E niente, magari mi sono sognato tutto, ma ogni Natale da allora, se mi chiedono cosa voglio trovare sotto l’albero, rispondo che vorrei il dono di saper trovare le lacrime dietro ogni sorriso e la musica dentro al frastuono e qualche ragione in chi sembra avere tutti i torti e se qualcuno fa casino e rompe i coglioni, oh, che ne sai, magari poi scopri che ha ragione lui. 

E chi ti tiene per mano, quello, non mollarlo mai.
Ed è lo stesso dono che auguro a te, perché se vuoi, non solo a Natale puoi, concludo.

Al che molti mi guardano strano, questo è matto pensano, però ad alcuni si accende lo sguardo e a qualcuno scappa un sorriso nello sguardo, di quelli determinati e forti, di quelli che ne abbiamo già parlato, di quelli color nocciola.

E per un attimo credo quasi che la vita sia come una storia di Natale, dove gli angeli sterminatori ci vanno a mucchio senza guardare all’innocente o al colpevole e il tuo destino può arrivare all’improvviso, che tu sia al centro del mondo o a una recita di natale in periferia. E allora il tempo che ti è concesso usalo bene, per far qualcosina di giusto e bello, che dei peccati e dei figli di puttana la storia ricorda meno di nulla, molto meno del bene che fai, delle lacrime e di un tuo sorriso, di una mano stretta e anche molto meno di una pessima canzone.

E per un attimo sorrido anche io, con gli occhi. Come sorrideva quello sguardo di nocciola e come sorrideva quel vecchio, quella sera.

Prima che, come la neve, anche lui volasse via.

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