Delle Leggi e degli sfortunati eventi

di AsinoMorto

Ricordo come fosse oggi il giorno di quelle elezioni.

C’era il sole e fu una bella giornata di Democrazia. Come previsto vinse il Partito Decente, allora al governo, forte della brillante azione politica del suo giovane e carismatico Presidente del Consiglio Leopoldo Penzi, ma la novità fu l’affermazione del Fronte Alleato Sovranità Civiltà Italiani, lista che raggruppava tutte le anime della destra, dalle più moderate come Forza Paese e Opzione Sociale a quelle più estreme, come Casa Pongo, Daje Patria e Casa&Chiesa.

Votarono circa il 60% degli aventi diritto, il Partito Decente raggiunge il 35,2% (ottimo ma non sufficiente per il premio di maggioranza), il Fronte un inaspettato 14%, superiore di poco al 13% del Movimento Beppe maniglia, ma ben superiore agli altri partiti, molti dei quali non superarono la soglia di sbarramento.

Al ballottaggio, l’affermazione del Partito Decente sul Fronte era data per certa, i sondaggi erano unanimi nel pronosticare un posizionamento al centro del ceto medio riflessivo. Insomma, tutto nella norma.

Se non fosse che in quelle due settimane tra primo e secondo turno, accaddero alcuni eventi assai sfortunati, che condizionarono il risultato del voto.

Capitò infatti che nel Varesotto un giovane Rom violentò una ragazza del posto. L’episodio ebbe eco enorme, sia sulla stampa locale che nazionale, turbando le coscienze di molta parte del ceto medio che, sull’onda dell’emozione e come capita assai spesso, smise di riflettere.

Successe poi che il Conte Marigotti Varallo, industriale, editore, detto il “conte nero” per i suoi stretti collegamenti con massoneria e neofascisti, candidato del Fronte e capolista in tutte le circoscrizioni del Nord, partecipò a una puntata di #PiazzaleLustro, dove asfaltò letteralmente il concorrente candidato. Si parlava di matrimoni gay e il Marigotti Varallo, bell’uomo piacente e dalla parlantina spiccia, giocò le carte della famiglia tradizionale e dell’italico guascone, alternando vera devozione per la diletta moglie, a doppi sensi eleganti e mai volgari sul tema dell’uomo cacciatore, della donna che dice no ma in realtà intende sì, dei bei tempi purtroppo andati, in cui il padre era padre, la madre era madre e i figli erano figli di buona famiglia.

Il candidato del Partito Decente, gay dichiarato, seppur assai moderato nella rivendicazione dei propri diritti, preferì seguire gli appunti, incartandosi nella noiosa descrizione delle unioni civili alla tedesca. Lo share scese di mezzo punto, le intenzioni di voto per il Partito Decente di quasi due.

Successe inoltre che nel giro di poche ore, le direzioni di Partito Comunista Antagonista per la Vittoria del Proletariato, Sinistra Olistica per l’Ecosistema, Movimento Antagonista Riflessivo e la stessa ala sinistra della minoranza centrista della corrente radicale del Partito Decente, per motivazioni comunque diverse e inconciliabili tra loro, decisero contemporaneamente per l’astensione, negando quindi l’appoggio al Partito Decente, che intanto avrebbe comunque vinto.

Infine e inaspettatamente, la domenica del secondo turno fu una giornata particolarmente calda, molti elettori andarono al mare, la Milano-Laghi si allagò, la Statale Adriatica si intasò e Alcide Stupazzoni detto “pialla”, comunista dialogante e ciclista dilettante, durante la consueta sgambata sul Monte Battaglia, cadde, fratturandosi il polso, privando il Partito Decente di un voto, seppur malpancista, che più tardi si sarebbe rivelato quello decisivo.

Com’è, come non è, quella domenica votò solo il 20% degli aventi diritto e il Fronte vinse con il 50,0001% dei suffragi, assicurandosi il premio di maggioranza e 327 seggi in Parlamento, nonostante che nel paese esso contasse, tutto sommato, a dirla tutta, praticamente come il due di picche.

Il giovane leader del Fronte Mattia Franzini, divenne Presidente del Consiglio incaricato e dopo solo dieci giorni il “governo della tradizione della brava gente e delle virtù italiche” giurò nelle mani di un perplesso ma impotente Presidente della Repubblica, mai così ammutolito.

Per la cronaca, il Conte Marigotti Varallo, rafforzato dall’ampia investitura popolare, divenne Ministro dell’Interno, della Famiglia e della Cultura Popolare.

E lo ricordo come se fosse oggi, il primo provvedimento del nuovo governo, fu l’immediata abolizione della legge 194 (quella sull’aborto) e la proibizione “a tutela della sanità pubblica” di sushi, cous cous e kebab su tutto il territorio nazionale. E vai tu a sapere perché.

Poi dopo fu tutto un susseguirsi di provvedimenti, spesso discutibili, molto spesso discutibilissimi, ma il Governo era lì per decidere, per agire, mica per fare filosofia buonista, quella tocca alle opposizioni, i soliti disfattisti, che poi non contano un cazzo.

E a rimetterci furono rom, immigrati morti nel mare, fannulloni e barboni, donne che se la cercano, gente senza Dio, inutili sindacati, operai che rubano la paga, froci e signorine, libri pieni di stronzate, professori che non fanno un cazzo tutto il giorno, intellettuali, radical chic e arredatori di giardini. Un po’ tutti, insomma.

Insomma, voi non avete idea, ma cinque anni sono lunghi. Se ne fanno di cazzate, in cinque anni.

Ricordo ancora quel giorno, parlavo con un amico del Partito Decente (di persona, già allora i Social erano proibiti), signore ragionevole e garbato. Lui mi dice facile a parlare adesso, ma dovevamo smuovere questo paese, dovevamo decidere, uscire dalla palude. E poi, cosa aveva la legge elettorale che non andava? E il porcellum allora? E poi vabbè, col senno di poi…

E io avrei voluto rispondergli certo, capisco, non c’è dubbio, ma Santo Dio, bisogna guardare nel complesso degli interventi, il concorso combinato, i messaggi che passano. La legge elettorale non è causa, è effetto.

Questa cosa della governabilità, da privilegiare rispetto alla rappresentanza, questa cosa dell’esecutivo muscolare, rapido, che decide a dispetto del parlamento, questa cosa delle minoranze che sono lì solo per gufare, per dar fastidio.

Questa insofferenza per i controlli, per i contrappesi, per la mediazione, per il dialogo. Questa cosa di dimenticare che in Democrazia c’è chi prende più voti, ma non ci sono vinti e vincitori, chi ha ragione e chi ha torto. E comandare, non è la stessa cosa del governare.

Ecco, sono queste cose qui che era meglio anche no. E certo che poteva andare diversamente, che in altri paesi è andata diversamente, certo che nessuno di voi aveva volontà autoritarie, che era necessario cambiare questo paese, certo, ma si poteva immaginare che fatta così la cosa sarebbe potuto scappare di mano, che qualcuno prima o poi se ne sarebbe approfittato, giusto? Forse non avremmo dovuto correre questo rischio, giusto? Ecco, perché abbiamo corso questo rischio? Eh? Perché?

Ma niente, ho risposto solo “vabbè un cazzo”. E sono andato via.

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