Favola della piccola scuola della piccola città

di AsinoMorto

C’era una volta una piccola città in un Bel Paese dei Balocchi. Al centro di questa piccola città, c’era una piccola scuola.

In quel Bel Paese la scuola era pubblica, democratica, antifascista, aperta, inclusiva, accogliente. Era considerata un bene comune, “organo costituzionale” fondamentale per la democrazia, come quegli organi che nell’organismo creano il sangue.

Naturalmente c’era anche la scuola privata, ovviamente senza alcun onere per lo stato (e non si vedeva come potesse essere altrimenti), ma era considerata il posterius, rispetto alla scuola pubblica che era il prius e molta attenzione veniva impiegata a garantirne qualità e serietà, favorendo non certo la concorrenza al ribasso, ma impegnandosi fattivamente a migliorare la scuola pubblica, grazie al confronto con le migliori scuole private.

Rispetto alle scuole cattoliche, protestanti, musulmane, neoliberiste (un solo alunno per classe, a favorire l’individualismo), alpigiane e per cinofili, la scuola pubblica non creava cattolici, protestanti, marxisti o chicagoboys ma cittadini, uguali nei diritti e nei doveri, rispettosi di tutte le libertà.

Com’è, come non è, nel Bel Paese, tutte le scuole di ogni ordine e grado restavano aperte “da un’ora prima l’apertura del primo centro commerciale, a un’ora dopo la chiusura dell’ultimo”, così recitava la Legge.

Insegnare era un grande onore e anche se lo stipendio non era questo granché, quando un giovane diceva ai genitori “da grande voglio fare il maestro”, questi si riempivano di orgoglio e ricevevano i complimenti da vicini e parenti.

Com’è, come non è, la scuola era al centro della vita sociale. La biblioteca della piccola scuola serviva bibite fresche o cioccolata calde a seconda della stagione e ogni aula era spesso teatro di incontri, eventi e spettacoli.

Alle abitudini e ai tradizionali simboli laici e religiosi del Bel Paese, si affiancavano abitudini e simboli di altre culture, essendo tra gli obiettivi della scuola quello di aprire le menti avvicinando le persone.

E anche se dobbiamo ammettere che tra Natale e Bar Mitzvah, 25 Aprile e Primo Maggio, 8 marzo e Patrono, Ramadan e festa di Santa Rosalia, era sempre un disfa e addobba, i giovani messi davanti alle piccole complicazioni del convivere civile e abituati ad apprezzarne la vivida complessità, in quel trambusto imparavano velocemente a stare al mondo, esercitandosi alla virtù della tolleranza.

Certo, non tutti erano d’accordo. C’era il Fronte Nazionale delle Antiche Virtù (FNAV), le Sentinelle Per La Famiglia Verissima (SPLFV), la Lega Autonomisti Federalisti Solipsisti (LAFS) e anche il Partito Della Definitiva Conservazione (PD-DC), ma questi rappresentavano una minoranza esigua del paese e, pur nel rispetto democratico dei diversi punti di vista, venivano più che altro benevolmente tollerati, alla stregua di quei tizi che scrivono “Dio c’è” ai margini delle autostrade.

Com’è come non è, un giorno una grave notizia viene a turbare la tranquillità della piccola città, vandali senza Dio e Coscienza imbrattano le vetrate della scuola con uova marce. Il Preside Mingazzoni convoca immediatamente una assemblea straordinaria per il 23 sera. Si richiede partecipazione numerosa.

L’adunata registra la presenza delle grandi occasioni, quasi tutti i genitori, parroco, assessore alla cultura, delegati di centri sociali, circoli ricreativi, bocciofile e Associazioni Sportive Dilettantistiche. Presenti anche il segretario del Rotary, due dame del Lions Club e il vice-segretario vicario della locale delegazione di slow-food.

Ancora prima che il Preside Mingazzoni possa aprire l’incontro, Alcide Visletti, presidente del locale Circolo “Brigata Matteotti” sbotta: “Condanniamo la vile provocazione fascista, che attentando alla scuola, attenta all’essenza stessa della nostra Democrazia Fondata Sulla Resistenza. Rifiutiamo il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torbide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Mai e poi mai permetteremo che si trascuri, screditi, impoverisca la scuola pubblica!!!”.

Diciotto minuti di scroscianti applausi, segue coro democratico e antifascista. Nell’ordine: “Bella Ciao” (tre volte), Inno di Mameli (due volte), “addio Lugano bella” (due volte). Alla prima strofa de “il testamento del capitano” il preside Mingazzoni riprende opportunamente il controllo dell’assemblea.

“Signore, signori vi prego. Consapevole della necessità di presidio democratico e antifascista, consapevole della necessità di preservare la continuità della coscienza morale, le prime indagini confermano che ci troviamo di fronte a una ragazzata senza fini politici. Non che questo, naturalmente, renda meno grave il gravissimo fatto”.

Il preside e il corpo docente trattengono a stento le lacrime al pensiero della loro scuola imbrattata e violata. Applauso di solidarietà e vicinanza, dopodiché il dibattito riprende, acceso.

“Bisogna coinvolgere la polizia, dov’è la Polizia quando serve ?” dice polemicamente Antonio Berozzi, salumerie legalitario.

“Società permissiva, troppi Social Netuorc, videogiochi violenti, emergenza terrorismo livello sette su dieci, zingari.” esclama in sottofondo la Cagossi vedova Burri, assidua lettrice della colonna destra di Repubblica.it, completamente fuori, sia per tema che per melone.

“Ci vogliono le ronde, io non mi sento più sicuro” azzarda il Geom. Cicasco. “Preside, sia chiaro che se in questo spazio sacro qualcuno farnetica di ronde io mi alzo e lo prendo a sganassoni” replica il Dr. Giavisto, attento lettore di Voltaire.

“Signore, signori. Non lasciamoci vincere dallo scoramento. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire! Basta con questi rigurgiti di nazionalismo da operetta! L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali! Più asili meno F35!” si fa prendere dall’entusiasmo il Prof. Scamarcio in pensione, anche lui fuori tema, ma assai ispirato.

Scoppia il rebelot. Chi vuole pene più severe, chi il filo spinato, chi le telecamere, chi più democrazia, chi approfitta della caciara e sluma il décolleté della Sig.ra Gervasio, nubile e tabaccaia.

In quel momento entra nella sala Ermanno Stupazzoni fu Igor, metalmeccanico, brava persona stimata da tutti, peccato per quel suo figlio testa calda. Sguardo basso, spalle curve, espressione contrita, mastica con le mani il cappello sul grembo.

Silenzio nella sala. Stupazzoni con un filo di voce dice: “Con la morte nel cuore vengo a confessare la colpa di mio figlio Aristide, lui compì l’infame gesto. Vi assicuro che sono volati smatafloni fitti”.

Non si sente volare una mosca, solo un leggero brusio proveniente dal corpo docente, fermamente contrario a metodi educativi basati sugli smatafloni. Stupazzoni continua: “Non sono in grado di pagare i costi per la pulizia, ma se questa assemblea non ha nulla in contrario, domani olio di gomito e puliamo tutto Aristide e io”.

Silenzio, occhi persi a fissare il soffitto. A rompere l’imbarazzo ci pensa la Baldacci, donna di buon cuore e famosa in città per il suo meritevole impegno nel recupero di tanti ex elettori PD in crisi di autostima.

“Io vi darò una mano. In fondo i figli sono figli e non mi sento di mettere la mano sul fuoco nemmeno per i miei. Vorrà dire che la prossima volta sarà lei, Stupazzoni, a dare una mano a me”.

“Allora se permettete io potrei fare il cous cous, a pancia piena si lavora meglio”. La proposta della Naima, viene accolta con favore da tutti, con l’eccezione della Ines, rispettatissima rezdora, instancabile produttrice di tortellini, notoriamente ostile alla cucina etnica.

Com’è, come non è, è tutto un fioccare di proposte e offerte di aiuto. Chi porta il detersivo, chi ci mette la scala, chi la piada col prosciutto, chi le bottiglie.

E ancora oggi al Bar Lazzarini ricordano Ahmed, siriano di religione profonda e buona forchetta, che alzandosi in piedi pronunciò solennemente le seguenti parole: “Se Allah misericordioso nella sua saggezza avesse voluto privarmi del lambrusco, mi avrebbe fatto sbarcare in Groelandia!”. Applausi, pacche sulle spalle, fiumi di laico frizzantino ad affogare l’idea stessa di conflitto di civiltà.

E com’è, come non è, fu così che l’intera comunità di quel piccolo quartiere di quella piccola città di quel Bel Paese dei Balocchi, si trovò, un bel giorno, a pulire le vetrate di quella scuola, cui tutti tenevano molto.

E forse vi interesserà sapere che Ines e Naima divennero amiche e alla Bocciofila spopolarono con cous cous e ragù alla bolognese, tortelli di sugo di verdura con carne d’agnello e falafel di piada con ciccioli e montone, surclassando le tagliatelline di grano saraceno biologico su letto di rucola della costiera amalfitana della vicina Festa dell’Unità (esticazzi sintetizzò Alfonso, marito della Ines, al terzo piatto di cous-cous e ragù).

Gli Stupazzoni recuperarono l’onore e Aristide mai più scordò la lezione imparata, che spesso gli errori di pochi diventano problemi per tutti e per questo ai propri errori si deve rimediare, con responsabilità, dignità e coraggio. E niente fiori, ma opere di bene.

E si dice che Aristide mise la testa a posto e diventò persona di carattere e di coscienza, onesta e leale, seria, precisa e puntuale. Come quella scuola, in un modo o nell’altro, aveva saputo insegnargli.

Com’è, come non è, così scorreva la vita in quella piccola città di quel Bel Paese, dove quella piccola scuola era il centro del mondo.

E se a questo punto qualche precisino si chiedesse se nella piccola scuola insegnassero il coding, la risposta sarebbe certo che sì e content curation, marketing, digital something e anche slide producing.

Ma prima di tutto, quella piccola scuola era il pilastro di una comunità e di questa comunità formava la classe dirigente, nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti.

Perché a questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni donna e uomo di avere la sua parte di sole e dignità, a ognuno di noi, per quel breve istante di vita che la sorte concede, di contribuire a portare il nostro lavoro e le nostre migliori qualità personali al progresso della società.

E a questo serve la scuola, almeno nelle favole.

E com’è e come non è, sarà per questo che nelle favole, vivono tutti felici e contenti.


PS: nel caso non l’avessi ancora capito, devo confessarti di aver rubato più di una parola al “discorso a difesa della scuola” di Piero Calamandrei. Io lo leggerei, poi vedi tu.

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