Buonisti e civiltà

di AsinoMorto

Che poi uno dice lo scontro di civiltà, difendiamo i nostri valori da quegli altri, quelli che seminano il terrore, morte e distruzione e ti ammazzano i vignettisti.

E se non lo fai, sei un buonista che non capisce una minchia del mondo, detto in Francese, che siamo tutti Francesi in questi giorni.

E io dico che vuol dire buonista ? Secondo te vuol dire che mi arrendo, che calo le braghe e alzo le mani ?

No caro mio, sei tu che non hai capito una minchia, detto in Parigino, che siam tutti Parigini in questi giorni.

Che io so esattamente in cosa consiste la nostra civiltà, so esattamente cosa devo difendere. Ce lo disse un poeta di duemila anni fa, Eschilo, conosci ? Greco, faceva teatro. 

È quello stronzo di duemila anni fa, si inventa una tragedia, “I Persiani”, per dire i corsi e ricorsi e parla di scontri di civiltà, pensa te, di guerre ed eroi. Noi qui, loro di là, la solita merda insomma.

Se non fosse che quello stronzo di duemila anni fa parlare gli sconfitti, sceglie il punto di vista dell'”altro”. No, dico, duemila anni fa, mica tanto stronzo, a dirla tutta.

E puoi solo immaginare quei Greci, tanti secoli fa, a Teatro, mentre ascoltano versi tipo questi:

Umidi son di lacrime pel desiderio degli sposi i talami. Aspro affanno travaglia le spose persïane. Esse già videro muovere alla battaglia lo sposo prediletto tutto furore: ed or vedovo è il letto.

E piangere con quelle vedove e per se stessi.

Ecco, caro mio, hai ragione. Sono un buonista, buonista come Eschilo e come quei Greci e sai, non ci crederai, ma l’unico valore che mi sento di difendere è proprio quella sciocca cosa lì, come la racconta Eschilo, un privilegio formidabile, dono, prezioso, fragile, debole, ma che ha oltrepassato secoli, guerre, totalitarismi, violenze inaudite. 

Ma è ancora lì, come duemila anni fa: la capacità di immedesimarsi nell’altro, il privilegio di non dimenticare mai le lacrime del tuo nemico. La sottile percezione di quello che unisce, prima di quello che divide. Che puoi piangere una vittima, anche se non la trasformi in eroe.

Che questa cosa, che viene da tanti secoli fa, non rende migliori. Ma da la possibilità di diventarlo. Mica poco, vale la pena combattere per una cosa così, sul serio. 

E allora, caro mio fautore dello scontro di civiltà, caro tuttofobo, odiatore di diversi, distinguo e sfumature, caro difensore dei principi di stocazzo, ipocrita difensore della libertà di pensarla come te, apologeta dei moglie e buoi, della superiorità di razza, religione, cucina e musica pop, ecco, la tua guerra non è la mia guerra, mi dispiace, non c’è niente nel tuo stile di vita che vada la pena di difendere veramente, sappilo.

E quindi sappi che non ho nulla da dimostrarti, sappi che diserterò e saboterò, piscerò sulle tue bandiere e getterò in mare la tua polvere da sparo, spezzerò le tue parole d’ordine e bucherò le gomme della tua propaganda.

Noi buonisti facciamo così, cerchiamo nel profondo delle lacrime, prima di entrare in battaglia.

Ormai saranno duemila anni.

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