Un racconto del Natale 2033. Capitolo I – La Storia non ha scolari.

di AsinoMorto

Non ricordo nemmeno più come arrivammo a ridurci così.

So solo che dopo un ventennio di confuse politiche neo-para-liberiste, anni di stravolgimento di parole e concetti, di narrazioni tossiche, analfabetismo di ritorno e abbrutimento delle masse popolari antropologicamente mutate in sfigati greggi di consumatori compulsivi, gli stessi concetti di Stato, Democrazia, Diritti erano ormai considerati fastidiosi impicci, inutili sovrastrutture che impedivano ai pochi responsabili di buon senso di Fare, Agire, Risolvere.

Che poi i responsabili del Fare e dell’Agire e del Risolvere, in verità non facessero e non agissero e soprattutto non risolvessero alcunché, era solo un particolare, un dettaglio insignificante che facilmente sfuggiva alla platea di distratti consumatori di sdegno, eventi televisivi, scandali sessuali di periferia e partite di Coppa.

Qualche etto di riflusso, una spruzzata di revisionismo condita con abbondante ideologizzata deideologizzazione, una bella dose di macelleria sociale, benaltrismo e menopeggismo e l’Italiano medio, come gli avrebbe insegnato la Storia se avesse avuto il buon senso di studiarla, era di nuovo pronto a cedere la propria libertà al primo uomo forte che volesse rassicurarlo, tranquillizzarlo, coccolarlo. E, come al solito, fotterlo.

Le prime avvisaglie di accelerazione verso questo obiettivo, si ebbero nella cosiddetta “rivolta dei forconi” del dicembre 2013. Un piccolo gruppo di qualunquisti arruffapopolo e neofascisti contigui ai Servizi Segreti e alle ali più populiste della destra, intercettarono il malessere sociale che stava esplodendo e, come tante altre volte, lo interpretarono in ottica controrivoluzionaria, appropriandosi della protesta e della piazza, peraltro abbandonata da anni da una sinistra ormai trasparente, ambigua e complice.

I Forconi furono poca cosa e poco dopo evaporarono come neve al sole, ma il Presidente del Consiglio Enrico Letta ebbe facile gioco a rafforzare il suo debole governo con lo slogan “non lascerò il paese nel caos” (applausi scroscianti), garantendosi qualche altro mese di conservazione della oligarchia che lo appoggiava.

Quel piccolo episodio inculcò nel paese la definitiva convinzione che la stabilità del Governo Letta-Napolitano fosse puro buon senso in tempi così delicati e difficili, mentre richiedere le elezioni, ascoltare la piazza e qualsiasi altra alternativa alla attuale situazione, fosse solo sfascismo e colpevole irresponsabilità.

A nulla servirono gli sforzi dei pochi per convincere il paese che quella banalizzante equazione era solo l’ultimo trucco di una lunga serie, utile a puntellare lo status-quo, sfruttando la paura come una clava contro il cambiamento.

Ma la vera svolta fu alle Elezioni Europee del 2014. Una imponente campagna anti-europea in qualche modo legittimata se non giustificata dai colossali errori perpetrati da schiere di inetti tecnocrati, fece tremare Roma e le capitali del potere europeo.

E mentre le piazze di tutto il continente esplodevano di rabbia e risentimento, alcuni notarono che i banchieri tedeschi, così spaventati dal ripetersi di una nuova Weimar, fossero proprio tra i principali colpevoli del ritorno del fascismo in Europa, che è noto quanto maestra sia la Storia, pur avendo pochi e sciocchi scolari.

E se è vero che ogni epoca ha il suo fascismo, questo sempre si schiera con i soliti potenti. Questa volta non fu il fascismo dell’olio di ricino, ma della vaselina e della neolingua, del mellifluo gattopardo di gomma che tutto assorbe e ogni cambiamento impedisce.

Enrico Letta, non certo un Dittatore, semmai un grand commis di un certo talento, esso stesso schiacciato dalle corrotte frequentazioni fangose e da quei Poteri che si adoperava a conservare, invocò buon senso, responsabilità, stabilità, lotta al caos e alla paura e rigiocò lo schema vincente delle larghe intese ottenendo da una opinione pubblica impaurita e confusa, il consenso sufficiente a nominare Giorgio Napolitano Presidente Perpetuo e se stesso Nuovo Presidente del Consiglio del Governo dell’Amore e Pacificazione.

Un Parlamento debole, incapace e politicamente illegittimo divenne una corazzata inaffondabile di stabilità e consenso, con il 69% dell’opinione pubblica dalla propria parte. Ci vuole stabilità, dicevano; combattiamo l’incertezza con una azione responsabile da padri di famiglia, dicevano; siamo Europeisti ma critici con l’Europa, dicevano.

Le opposizioni, divise, confuse come il paese che solo in questa confusione rappresentavano, nulla riuscirono a fare, salvo un risparmio complessivo in fotocopie, brioche alla buvette e ricambio spazzole tergicristallo di auto blu, pari a circa 7.500 euro nel bienno 2016-2017. Questo piccolo e inutile risultato servì a nulla più che a legittimare “l’incisiva azione di moralizzazione da parte di cittadini come voi” e a lanciare il Topic Trend più popolare su Twitter nell’anno 2016, lo sbarazzino e qualunquista #CacciaLaGranaCiccio.

Lo stesso Matteo Renzi, da molti considerato l’ultima speranza del paese per un vero cambiamento, non ebbe il coraggio, la voglia o forse la possibilità di dare la spallata al governo e scelse una tattica più morbida e dialogante. Ma di rimando in rimando, di rimbalzo in rimbalzo, anche la sua energia giovanile venne fiaccata dalla tetragona porosità del Governo dell’Amore.

Alla fine, mi pare nel 2021, Renzi abbandonò la politica e sostituì la De Filippi alla conduzione di Amici, tra la disperazione di molti, la soddisfazione di alcuni e la curiosità speranzosa degli abituè della nota trasmissione di intrattenimento.

Intanto, le elezioni vennero rimandate al 2015, poi al 2016, al 2018, mentre il GdAeP galleggiava promettendo taglio costi della politica (prevista ma non effettuata nel 2021), conflitto di interessi (decreto “Berlusconi” del 2021, dimenticato nel 2022), cuneo fiscale e riforma del lavoro (2016, poi fine 2021, poi boh).

La riforma elettorale venne invece portata a termine. Nel 2019 si passò alla elezione del Sindaco d’Italia, in carica per almeno cinque anni, qualsiasi cosa facesse, si intende, ma l’importante era la Governabilità, come voleva il paese, dicevano.

Ovviamente Sindaco d’Italia venne incoronato Letta, che era così alto nei sondaggi da non richiedere nemmeno elezioni, con tutte quello che costano in un periodo di crisi, si disse. E poi aveva l’appoggio incondizionato di Giorgio Napolitano.

Letta accettò “a malincuore”, ringraziando il paese responsabile e i Carabinieri, che ancora una volta garantirono, nel pieno rispetto della Legge e delle prassi democratiche, il regolare svolgersi dei sondaggi, evitando che la piazza condizionasse le decisioni dell’Esecutivo.

Il nuovo Sindaco d’Italia predispose l’animo a governare per almeno altri cinque anni, incassando la vibrante soddisfazione del Presidente Perpetuo Giorgio Napolitano, sempre più soddisfatto della “stabilità e governabilità come valore primario della nostra Democrazia”.

Pochi mesi dopo venne abolito il Senato e la Camera dei Deputati venne ridotta a un decimo. I pochi Deputati rimasti, definiti dalla stampa come “Saggi”, di fatto non rappresentavano più nessuno e per quanto riguarda la governabilità, non c’è dubbio che governassero, ma si fecero anche molto i cazzi loro e senza dover dar conto a nessuno, peraltro come in tutte le oligarchie tecnocratiche e i Direttôri, da che mondo è mondo.

Grande spazio venne dato dai media ai significativi risparmi economici, in quanto i Saggi, pur ricevendo assai più dei loro meriti, erano pochi e quindi i costi della politica vennero effettivamente ridotti, tra la grande soddisfazione di opinione pubblica, maggioranza e opposizione.

I 43 morti negli scontri di piazza di quei giorni invece, ebbero pochi trafiletti nelle pagine interne dei giornali, nessun passaggio in TV e uno striminzito spazio nella colonna destra di Repubblica.it tra “sessualità e social network” e “il vincitore di X-Factor è una LEI!!”.

E da allora nessuno parlò più di elezioni.

(Il Capitolo II lo trovi qui)

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