Rete, Politica e macigni sul cuore

di AsinoMorto

Pensa te, ci tocca anche parlare del rapporto tra rete e politica e della capacità della rete di spostare voti, opinioni e coscienze, di agire politicamente.

E tutti ne scrivono e c’è l’entusiasta e il morozovista, chi non ne sa niente ma sente odore di nuovismo e nel dubbio frena e chi feticizza e la rete salverà il mondo.

Ma tutti, mi pare, tendono a “contare” la rete, valutando numericamente quanti elettori in rete possano cambiare idea, piuttosto che influenzare l’orientamento dei propri rappresentanti. Lo stesso concetto di “popolo della rete” nasconde il tentativo di dare una dimensione numerica al fenomeno, per meglio valutarne gli effetti.

E qui iniziano le difficoltà.

Perché, limitandoci per comodità al solo Twitter, in questo momento ci sono circa 4.500.000 account attivi. Se togliamo i bimbiminkia, quelli che parlano di figa, calcio, cosa hanno mangiato a colazionepranzocena, quelli che si fanno gli affari loro, i poeti, i fake, i pazzi e scellerati, i troll, gli imbecilli e via lupanareggiando, rimarranno che so io, qualche centinaia di migliaia di esseri umani presentabili. Forse meno.

Comunque non molti. Cosa potrà mai valere l’opinione di qualche centinaia di migliaia di italiani (seppur doviziosamente profilati) rispetto al totale dell’elettorato ?

Ma non solo. Questo ragionamento apre il fianco a una critica ancora peggiore, ovvero quella della “crisi della rappresentanza”. Se considero “il popolo della rete” come un “bacino elettorale” (più o meno cospicuo), seguirne gli orientamenti (peraltro mutevoli e frastagliati) espone al “ricatto della piazza” (seppur virtuale), abdico al dovere della sintesi e l’Art.67 mi guarda in cagnesco. Insomma, lammmerda.

E no, dico io. La rete non si conta, si “pesa”, nel senso che la rete è un “paradigma” che impone, anche incosciamente, sensibilità e regole. In particolare la rete impone di:

1. Riscoprire la comunità. La rete spinge a “mettersi in rete”, ci dice che “c’è un mondo là fuori” che può dare molto se lo ascolti, capisci e senti. Perché trovi sempre qualcuno che ne sa più di te e, olisticamente, uno vale uno, ma uno più uno vale di più.

2. Usare un linguaggio nuovo. la rete si esprime in modo leggero e rapido e lo dico come lo direbbe Calvino, “senza macigni sul cuore”, come a cavallo, passando rapidamente dal trotto al galoppo e amandone gli scarti e le accelerazioni. Un linguaggio vero, simile al parlato che rifugge dai bizantinismi, che richiede approfondimento interiore per comunicare a tutti. Un linguaggio che non banalizza ma spiega, che trasforma la sintesi in onestà.

3. Conversare. La rete spinge a “conversare”, ovvero a entrare in relazione dialettica, scontrarsi, confrontarsi. Che non vuol dire convincere ma convincersi. Vuol dire entrare in campo sapendo di poter cambiare idea, quasi desiderandolo per migliorare te e il tuo progetto, perché sia sempre di più un progetto di tutti. E si porta dietro trasparenza e rettitudine, perché non possiamo conversare se non ci fidiamo l’uno dell’altro.

4. Rispettare il merito. In rete non interessa molto da dove vieni, ma è importante sapere dove stai andando. Le parole pesano per quello che significano, non per chi le ha pronunciate. E basta un link che smentisce, un sogno sbagliato, un congiuntivo dimenticato per essere sbertucciati, criticati, deprecati e abbandonati. In questo senso la rete è profondamente meritocratica, di una “meritocrazia disintermediata” che inverte eversivamente il senso: da “lo puoi dire perché sei tu” a “chi sei tu, per poterlo dire”.

E, udite udite, chi vive in rete, chi ne ha introiettato meccanismi e sensibilità, assume implicitamente che tutti, in particolar modo la politica, si debbano comportare secondo le stesse regole, condividano la medesima sensibilità.

Allora, il rapporto tra rete e politica si trasforma in un conflitto di metodo, di linguaggio e di sensibilità, laddove il rappresentato si aspetta che il rappresentante si attenga a regole che vengono considerate ovvie, quasi naturali e il rappresentante si scopre appartenere a un mondo completamente diverso, lontano, incomprensibile.

E quando ci accorgiamo che queste regole sono tutto sommato roba vecchia, antica, di quando la Politica aveva la P maiuscola, scopriamo che il rappresentato ha riscoperto valori che il rappresentante ha dimenticato da un pezzo.

E non è la pigrizia e superficialità del qualunquista. Ma l’incapacità del consapevole di accettare un mondo di valori opachi, confusi, superficiali dove si dicono profondi e invece sono solo paccottiglia.

E il dialogo si interrompe.

Figurarsi se questa politica può mettersi a ragionare con la rete, loro che da anni non hanno più una comunità (se non forse di sodali e devoti autoreferenti), usano un linguaggio pesante e lento (e non c’entra niente con i concetti colti e articolati espressi, appunto, Calvino) e, come è noto, non conversano con nessuno, nel senso che non appaiono scalfiti dal dubbio che qualcuno possa insegnarli qualcosa.

E non sperate che anche Grillo sia a posto, anche se è messo meglio. Lui, il grande genio del broadcasting e del simil-peer-to-peer, quanto ci vorrà prima che i suoi simpatizzanti gli rivoltino contro gli stessi meccanismi che lui ha usato su di loro ? E per inciso, come valutare la centralità del curriculum dell’uno-vale-uno (ho presentato il curriculum, ho il curriculum giusto), se non una esiziale contraddizione rispetto ai meccanismi di meritocrazia e di condivisione della conoscenza in rete ?

Figurarsi se questi possono capire, capire veramente.

Capire che la rete ha solo allargato la visuale, dilatato la percezione e mostrato un’altra volta ancora che il Re è nudo e ha il pisellino piccolo.

E la volete sapere tutta ? Sapete quando è iniziata la III Repubblica secondo me ? E’ iniziata il 21 aprile 2013, quando alcuni (non molti) Parlamentari (ricordo Civati e Orfini del PD ma anche tanti del M5S, non a caso quelli più sensibili alle istanze della rete e, seppur in modo diverso, più “presenti” sulla rete stessa), sono usciti dal Parlamento e hanno incominciato a conversare con la gente che stava lì fuori.

E a me questa cosa è rimasta in mente. Perché quel piccolo fatto, nella sua banale semplicità vintage ha semplicemente chiuso il cerchio tra rete internet e rete delle persone, tra Rappresentante e Rappresentato.

Che non è “cedere alla piazza”, ma riscoprire comunità, linguaggio e desiderio di conversazione.

E’ capire che un’altra Politica è possibile. E quando la rete ha incominciato a essere veramente influente, a cambiare il mondo, abbiamo capito che la rete non ci basta più e che bisogna tornare sulla strada e guardarsi negli occhi.

E in uno dei periodi più bui del Paese, quando sembra tutto perduto e le barriere al futuro e al cambiamento sembrano altissime e invalicabili, forse la rete ci ha fatto capire che è così che si dovrà ricominciare per ridare gambe e forza a questa Politica e a questo Paese. Che così potrebbe funzionare.

Senza macigni sul cuore.

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