Cessi trasparenti e educazione della gioventù. Su #letroiedellamiascuola

di AsinoMorto

Grande movimento in queste ore su Twitter, dove sta “spopolando” il tag #letroiedellamiascuola, sparato nei Topic Trend dalla solita tetragona coesione dei Bimbiminkia.

E se non conoscete il significato delle parole (nell’ordine) Twitter, spopolare, tag, Topic Trend, bimbiminkia, mi dispiace per voi, temo che non troverete nessuna spiegazione in questo post.

Sono però convinto che tutti sappiate cosa significa “troia” e quindi forse è da qui che bisogna partire. Perché, temo, il rischio è che alla parola “troia” tutto rischi di finire.

Perché, temo, tutti gli adulti che si trovavano su Twitter e hanno letto “troia”, hanno immediatamente derivato dall’uso del termine, poco corretto, irrispettoso della parità di genere, volgare e rozzo, che si trattasse di: bullismo (anche alla luce di recenti e tragici fatti di cronaca), misoginia, uso distorto della rete che richiede “cultura digitale”, scarsa fiducia nel futuro causa generazione di disgraziati e via (e)scatologicamente elencando.

Dove qui per “immediatamente”, si intende con grande senso civico, in buona fede, assai attenti al futuro della gioventù, ma senza leggere i tweet e senza provare a capire la questione, prima di giudicarla.

E io che da fortunato padre di tre figlie, una delle quali di età giusta per fare la bimbaminkia, ho il dovere e la necessità di capire se mia figlia è/sarà una troia o è/sarà una che sulle troie twitta o è/sarà qualcos’altro, mi sono impegnato e ho provato a capire un po’ di più, avendo abbandonato da tempo l’ansia del giudizio, che basta e avanza lo sforzo del capire.

E insomma, quello che credo di avere capito è che qui non è tanto questione di bullismo o misoginia. Se mai possibile, è peggio.

Perché questa è una questione di ragazze contro ragazze (a far partire il trend è stata una ragazzina di terza media) e i maschi sono come in “Speriamo che sia femmina”, nel senso che arrivano, dicono qualche stronzata e poi vanno via, senza lasciare traccia.

E’ uno scontro tutto al femminile tra le “troie”, che sono le vincenti emule dei modelli consumistici e televisivi, corrotti e volgari del nostro tempo. Che hanno capito o, meglio, hanno cominciato a percepire, il potere del sesso come merce, del corpo come merce. E si truccano “con tanta terra da coltivarci la verdura”, ostentano griffe “come se andassero a una sfilata”, fanno vedere le tette, “vanno con tutti” per quello che vuol dire la frase a 12-13-14 anni, se è vero che tutte si vedono costrette a simulare con la carta seni che non hanno ancora.

Sono le vincenti, le cheer leaders, sono quelle che aspirano a diventare veline, fidanzate di calciatori, puttane di potenti. Sono il mondo che vedono trasparire dai nostri occhi di adulti che contamina la scoperta della loro sessualità.

E dall’altra parte, altre ragazzine come loro ma diverse da loro, quelle che “escono da scuola e si mettono le cuffie” per ascoltare i loro idoli, che non le “caga” nessuno, che credono nell’amore e non si vestirebbero mai con “pantaloni militari” e con magliette scollate “quando fuori ci sono 5 gradi”. Le perdenti, quelle che non hanno nemmeno dato il primo bacio. Le sfigate. Quelle che vanno prese per il culo e “fatte sentire inferiori”.

E allora capita che le sfigate si ribellino e lo facciano su Twitter che da voce alla loro frustrazione e nel modo peggiore, scaricando stereotipi di segno diverso e volgarità analoghe sulle loro compagnie. Senza la capacità di dare un senso “politico” alla loro opposizione al modello imperante, senza dare alternative, un po’ invidiando le nemiche.

Senza nemmeno la cautela di scegliere la parola giusta. Che se il tag era #levelinedellamiascuola, o #leragazzeomologatedellamiascuola, o magari #leservedelpoteredellamiascuola, forse adesso tanti adulti pigri parlerebbero di gioventù ribelle ma consapevole, il futuro del 99%, Twitter come sfogo di una generazione con la testa sulle spalle.

E invece no, la ragazzina di terza media usa la parola “troia” perché è quella che si usa in questi casi e lei non vuole parlare con voi adulti, che non capite un cazzo, ma con le sfigate come lei.

E allora il problema vero, forse, credo di avere capito, è che sono tutte vittime, senza una alternativa, mica giudicare, ma tipo guarda che non sei sfigata e loro non sono troie, il mondo è migliore di così, il tuo futuro sarà migliore di così. La parità di genere, il cervello, il diritto di usare le parole con cautela, perché le parole sono importanti.

Il problema vero è che quelle ragazze sono sole in questi tempi limacciosi e confusi. E allora gridano quando e dove possono, scaricando le tonnellate di volgarità e contraddizione e merda del nostro tempo su un tag e vaffanculo troia.

E noi adulti, noi educatori, noi sempre pronti al giudizio e alla puzza sotto il naso che facciamo ? Sono (cyber)bulle, sono misogine, sono il futuro perduto, vergognatevi, ai nostri tempi.

E Twitter. Che schifo, non sapete usarlo, ci vuole la netiquette, mica come noi adulti che lo usiamo per scambiarci le grasse cazzate della domenica pomeriggio e il WTF e il LOL da adolescenti mal cresciuti e il livore qualunquista e la misoginia quella vera e i mille altri pregiudizi di cui non ci si vergogna neppure più.

Mica che forse lo strumento non c’entra un cazzo, mica che forse c’entriamo noi e il mondo che noi abbiamo partecipato a costruire.

Che siamo sempre da un’altra parte, che abbiamo sempre qualcosa di importante, che non capiamo il mondo e del mondo è la colpa di tutto. Mica nostra.

E allora, incredibile a dirsi, rivoluzionario a dirsi, immondo a dirsi, Dio benedica Twitter, sordido cesso pubblico dai muri trasparenti, pieno di stronzi e puttane e volgarità e qualunquismi e merda.

Vero lupanare del mondo, al mondo sovrapposto e del mondo specchio.

Ma trasparente, aperto, gloriosamente predisposto a concedere al sordo di poter sentire (se vuole) e al muto di poter parlare (se vuole).

E al Padre di capire, senza giudicare, il mondo dove le sue figlie dovranno vivere. E magari provare a indirizzare qualche insegnamento, qualche dritta, qualche seme. Buttare lì qualche segno di vicinanza, di comprensione, di anticipazione degli eventi.

E sperare che al momento giusto, quando sua figlia si troverà in mezzo al flame della vita, possa trovare in quello spazio oscuro e infinito tra cervello, cuore e stomaco, un cenno di dubbio, un alito di riottosa e perplessa curiosità alla diversità del mondo. Alla complessità del vivere che sta tra una troia e una sfigata.

E che non si sentisse proprio sola, senza un approdo, senza nulla, in questo mare oscuro e cattivo.

Perché i padri solo questo possono fare. Sperare di aver fatto bene il loro lavoro, quando arriverà il momento di dimostrarlo. Non giudicare, non interpretare la vita degli altri secondo la vita propria, non sbertucciare ciò che non si capisce. Ma stare lì in attesa e limitare al minimo le proprie colpe.

Perché le colpe dei padri, ricadono sempre sui figli. Altro che Twitter, porca troia.

Annunci