Sulle carceri e il sole dietro le sbarre

di AsinoMorto

Quando ero giovane, tanti anni fa, per un breve periodo ho fatto formazione in un carcere.

Era Natale ed era un carcere femminile in una regione di questo Paese che ci teneva ad essere civile e umana. E infatti tutto era molto civile e molto umano: ambienti puliti, muri intonacati di fresco, le guardie professionali e garbate.

Un luogo civile dove scontare civilmente una pena giusta, il migliore dei mondi carcerari possibili.

E c’era quella che aveva ammazzato il marito e poi lo aveva nascosto in una cassa, sul serio, come nei film. E quella che la tenevano in carcere perché il suo uomo era ricercato e lei niente, zitta. E quella che veniva dall’India, credo e credo che semplicemente se la fossero dimenticati là e non sapeva lingua e costumi e non capiva niente e si guardava intorno con gli occhi grandi grandi da cerbiatto, sul serio, come nei film. E tante altre, sullo sfondo, qualche inquadratura, come nei film.

E tutte erano felici di distrarsi, di vedere uno che veniva da fuori e si mettevano tutte in tiro, per quanto possibile ed erano brillanti e molto amabili e socievoli e volevano dare il meglio di se, carcerate modello nel migliore dei mondi carcerari possibili.

Ma era lo stesso devastante e terribile.

Perché era cupo. Ed era triste e buio, sempre buio e non è vero che il sole dietro le sbarre si vede a scacchi, non si vede quasi mai. E’ spento.

E anche quelle donne erano spente, come se un vento gelido le avesse strappato l’anima e il calore e avesse lasciato solo un filo di occhiaie e i capelli appena scarmigliati.

Era la privazione della normalità. La normalità prima ancora della libertà, che la seconda è un concetto filosofico buono per volare alto, ma è la seconda che da senso alla vita e farsi un giro in centro oppure dormire oppure leggere fino a tardi.

Oppure fare l’amore quando e come si vuole, che si vedeva che mi avrebbero fatto su come un calzino, ma non certo perché ero un gran figo, ma per sentirsi vive, per rivendicare la normalità di un affetto, per scacciare il brutto odore di un desiderio represso, prima che di un bisogno insoddisfatto.

Come tutti gli altri esseri umani.

E parlavamo del Natale che loro non avrebbero festeggiato e io sudavo, borghese politicamente corretto, per non fare gaffe, per non ferirle, offenderle turbarle e loro ridevano di me, ma che vuoi farci tu, che non ci abbia già fatto qualcun altro.

Ecco, avevano già visto tutto, il primo giorno. E poi il secondo e il terzo e il quarto e il quinto e fino all’ultimo giorno che poteva essere lo strazio della fine pena mai ed era quella con le occhiaie appena più profonde e il vestito, un filo più sgualcito, perché il chissenefregatanto aveva vinto, aveva vinto da un pezzo.

E quel giorno, l’ultimo e poi non le avrei più riviste, il giorno dei saluti che io odio a prescindere, per dire, lo ricordo ancora.

La compagna del latitante e il suo sorriso storto e la speranza sottile che il suo uomo la tirasse fuori. La ragazza indiana e i suoi occhi grandi grandi da cerbiatto che continuarono a seguirmi quando io ero già verso il mio Natale normale dell’incensurato normale che avrebbe fatto cose normali e banali e avrebbe parlato del valore della libertà e del fare l’amore con chi gli va.

E niente, io non sono un esperto di carceri, di delitti e di pene. Non sono nemmeno un esperto di umanità e certo ci sono esseri umani spregevoli e disprezzabili e pericolosi che meritano solo la pena e il carcere ed è giusto così.

Ma poi basta, non è che devi anche trattarlo come una bestia, torturarlo, umiliarlo, farlo soffrire, stiparlo in un buco 2×2. Anche se è una bestia e ha torturato e ha seminato umiliazione e sofferenza.

Perché io vorrei essere migliore di lui, ecco. E vorrei che il mio Paese dimostrasse di essere migliore di lui, ecco.

E non per un astratto concetto di civiltà, o per il democratico obiettivo di rieducare o per pietismo o per un banale desiderio di umanità o le migliori sorti possibili.

Ma per quegli occhi grandi grandi e spenti e tristi e impauriti e vuoti.

Che dopo tanti anni me li ricordo ancora.

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