Per non dimenticare di ricordare di capire

di AsinoMorto

Oggi mi sono svegliato presto e già la rete era tutto un “per non dimenticare l’11 settembre”, con l’immancabile lacerata fotografia del fumo acre e nero, del pompiere, del vuoto che prima c’erano le torri e ora non ci sono più.

Il TG ha dato la notizia che “l’America e il mondo ricordano” e io niente, rimango lì a pensare.

Perché dovrebbe essere utile tentare di capire com’è che un paese notoriamente pronto a dimenticare qualsiasi cosa come il nostro, ricordi con sincera empatia e trasporto una tragedia di qualcun’altro, che è vero la geopolitica, il mondo è cambiato, ma tutto questo dovrebbe sottendere più la testa che il cuore e non dovrebbe avere niente a che fare con la foto triste e il post io-ricordo-come-se-fossi-stato-lì.

E io credo che abbia a che vedere con la narrazione, perché gli Americani hanno tanti difetti ma le loro storie le sanno raccontare e c’è testa e cinismo perché ad ogni momento di identità nazionale, corrisponde sempre quelle due o tre guerre o invasioni o colpi di mano.

Ma c’è anche cuore, cuore grande. E le mille storie da raccontare, il pompiere, la casa violata, l’orgoglio di risalire, le macerie da rimuovere il prima possibile, il nemico, il coraggio. Let’s roll.

Ci sanno fare gli Americani con le storie. E c’è sempre un fuoco acceso e qualcuno che racconta e tutti possono far parte di questa storia, è anche tua se vuoi. E infatti.

E tanto per dire, per me l’11 settembre è la storia di quell’amico di amici, che abita a New York e niente, non riesce più a trovare la strada di casa, perché si era sempre orientato con le torri e ora le torri non ci sono più e checcavolo, se non è questa una universale metafora della vita, della Storia e del Dolore.

Ma penso anche che per me Ustica, per dire Ustica, è e rimarrà sempre la scena finale de “Il muro di Gomma” di Marco Risi. E Rocco Ferrante che urla contro la macchina del Generale che scappa via.

Per dire la memoria, le immagini e le suggestioni.

Ma per dire anche che il Bel Paese ne ha di tragedie e eroi e storie da raccontare. E se si pensa che solo l’altro ieri era l’8 settembre, per dire, se non ci sarebbe una narrazione dietro sull’8 settembre, per non dimenticare, io ricordo, l’eroe che è sempre giovane e bello.

Per dire la narrazione.

Che di tragedie che hanno cambiato il mondo, il nostro mondo, ne abbiamo anche noi. Piazza Fontana, Ustica appunto, Bologna, che so il Vajont, Piazza della Loggia, Genova e la Diaz e Bolzaneto. E ne dimentico tante.

E nessuno le racconta. E non si capisce niente, si rimane lì a scavare tra le macerie e nessuno le vuole spostare. Per non dimenticare, per continuare imperterriti a non capire.

E allora forse è voluto, un oscuro piano ci vuole tenere nell’eterno presente, senza passato e senza futuro. E le storie non si raccontano, perché le storie vogliono il fuoco e la notte e la comunità che si stringe.

E senza storie intorno al fuoco, non c’è niente, ti possono fare di tutto, sei vittima predestinata. Sei sempre il primo e l’ultimo.

O magari, forse è solo una strana forma di pudore, come se rifiutassimo il bello e il brutto del nostro passato per non soffrire troppo, per non prenderci la responsabilità di liberarci delle macerie. Per non prenderci la responsabilità estenuante di desiderare un futuro.

O forse, boh, forse niente.

Lascia stare, raccontami una storia.

Ho voglia di ricordare.

Ho voglia di capire.

Ho voglia di futuro.

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