Metropolis

di AsinoMorto

C’era questa sottile tensione tra nativi e immigrati digitali, come la nebbia che entra ovunque e uccide la visuale, come un filo elettrico scoperto, che frigge e lo senti vibrare, nel buio senza luna.

Una questione di sensibilità e priorità, prima che di linguaggio.

I primi, amanti dell’ampiezza, del rapido collegamento dell’uccello che vola e sente la traiettoria. I secondi, sacerdoti della profondità e del ragionamento, della secolare propensione alla digestione lenta.

E non serviva umiliare i primi con l’accusa di essere superficiali, che la velocità era il metodo, non aver paura di sbagliare e riprovare, adeguarsi istantaneamente al vento, centrare milioni di moving target, semplicemente cambiando processore. Che tanto non potevano capire.

E non serviva minacciare i secondi con l’accusa di immobilismo, di essere lenti e fermi, ampollosi sezionatori di di capelli, agganciati sempre a ieri, a una realtà che ormai è storia. Che tanto non potevano capire.

Rmaneva solo come la sensazione che il mondo non fosse abbastanza grande per entrambi, che non ci fosse speranza di convivere, aspirazione al contatto.

E a un certo punto, sembrava come se i nativi digitali aspettassero solo un pretesto per liberarsi degli immigrati, dinosauri orgogliosi e sterili, già morti, seppelliti dai loro belletti passatisti.

E sembrava come se gli immigrati digitali fossero insofferenti dei nativi, che non li sopportassero, insulsi frutti di passatempi ludici da iper-adolescenti, epitome del nulla, del si stava meglio quando si stava peggio.

Poi quell’articolo, poco più di mezza colonna, niente di che, in fondo. Cose già dette e sentite, ma fu il pulpito, il modo, forse un lieve eccesso di quello che si sarebbe chiamato snobismo da salotto.

O semplicemente il fatto che l’unico modo di parlare dei network, è quello di utilizzarli, nel pulpito e nel modo. E fu la goccia, il pretesto, la scusa, la miccia. L’alibi.

E la guerra scoppiò e fu cruenta, senza sangue e senza pietà e senza prigionieri.

E il fast thinking si fece arma di dispiegamento e di distruzione.

E il digital divide si fece muro, cavallo di frisia, filo spinato.

E il vero linguaggio binario fu tra quelli che furono fuori. E quelli che furono dentro.

E quando, alla fine, la rete fu il tutto e i nuovi campi di concentramento squallidi quartieri disconnessi, lontani da ogni network e conoscenza, qualcuno si oppose alla pazzia.

E furono poche donne e pochi uomini, che si fecero ponte e imposero a tutti di capire, che non c’è regola, non c’è lista, non esiste una carta geografica così dettagliata, tale da spiegare il mondo.

Che non ha senso confondere il contenuto con il contenitore, la piattaforma con chi la usa, che i modi possono essere tanti e il migliore non esiste.

E queste donne e questi uomini, fecero il miracolo di unire due mondi, defeticizzando strumenti e disvelando modelli, svelando inganni e sopendo orgogli.

Perché credevano nella parola e nel confronto e la cercavano dovunque si potesse trovare, senza temere la superficialità del volo d’altura o la vertigine del pensiero profondo.

Perché sapevano che non esiste il migliore dei mondi possibili, la piattaforma ottima, l’angolo della strada dove incontrare il primo amore.

Perché non temevano il ridicolo o la troppa serietà, che c’è un momento per ridere e uno per piangere, per dissacrare o argomentare, ma non sai mai quale stai vivendo e allora, meglio buttarsi. E vedere come va.

Perché avevano libri di carta e amate foto ingiallite e giga di memoria nello zaino e una mente aperta a tutte le connessioni. E un milione di dubbi.

E un cuore antico, come l’anima del mondo.

Annunci