Censorship

di AsinoMorto

E ci sposteremo, da un network all’altro, con gli hard disk nello zaino e scarpe comode fatte per battere i cani, sulla distanza e sulla velocità.

E spariremo, cancellando account, depistando bot, facendo fessi algoritmi omologati.

E ci nasconderemo, su piattaforme di nicchia, aperte e collaborative, hostate su qualche server in un qualche paese ancora abbastanza tollerante.

E poi ci ritroveremo, stanchi e affamati, intorno al fuoco, dentro qualche caverna, il wireless criptato, parlando sottovoce.

E ci guarderemo in faccia, finalmente, una volta per tutte, spegnendo smartphone, tablet e PC con vari OS.

E allora, alla fine della corsa, con i polpastrelli doloranti per i mille post di sdegno, ci dovremo chiedere l’un l’altro se avevamo veramente qualcosa da dire, se era proprio vero che ci stavano cacciando come lepri, o se invece, era tutto una nostra speranza, come di contare qualcosa, una volta nella vita.

Come l’amore che certi amano più dell’amato, così il diritto di urlare in piazza, che è desiderato da tutti, anche più del dovere di avere qualcosa da urlare.

E forse, in una triste epifania, capiremo di non avere niente da dire, niente di veramente degno di essere combattuto. Che niente abbiamo fatto o faremo, per meritarci anche il più piccolo e flebile martirio.

Che se veramente potevamo dar fastidio, ci avrebbero già fatti tacere. Con la coda del potere, come mosche fastidiose.

E nulla più, avremo da capire, spegnendo server, firewall e sdegno.

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