Io a Genova non c’ero

di AsinoMorto

Io a Genova non c’ero.

Nel 2001 non c’era Twitter o Facebook e il mio cellulare praticamente non prendeva. Però c’era la televisione, Primo Canale se ricordo bene, che mi ha fatto vedere tutto, anche se oggi non sono sicuro della sequenza temporale delle immagini e non sono in grado di ricordare cosa ho visto in diretta e cosa invece ho appreso in seguito, stratificando le letture e i video successivi, nella mia pessima memoria.

So solo che quella era la mia città, dove sono nato, e poi solo immagini sparse, luoghi, lampi, suoni e rumori. Suggestioni, mangiate dal tempo.

All’inizio niente di particolare, i tombini saldati, le barriere, altissime, a difesa della zona rossa, e Berlusconi con le sue indispensabili aiuole, che mancavano i nanetti e mi trasformava Piazza de Ferrari in un giardinetto di periferia (e in quei fiori posticci c’era già tutto quello che sarebbe successo nel decennio successivo).

Poi, improvvisamente, le immagini dalla TV sono diventate angoscia, quelle non erano più le mie strade, non era più la mia città. C’era una guerra.

Il fumo dei lacrimogeni e dei cassonetti bruciati, le sirene, pianti, ragazzi strattonati e malmenati, militari confusi e sempre più incazzati.

Il rumore assordante degli anfibi sbattuti sulla strada e i manganelli sul plexigas. E le camionette che sfrecciavano e non si capiva dove andavano, ora investono qualcuno.

Da Primo Canale si diceva che i genovesi si stessero schierando dalla parte dei dimostranti, smettetela dicevano ai Carabinieri dalle finestre. E sembrava che i Carabinieri venissero da fuori ed erano reparti operativi, cosa ne sapevano di ordine pubblico e delle strade di Genova, fatte per creare difficoltà agli invasori, quando venivano dal mare.

Quella specie di Robocop della Finanza, ripreso da tutte le TV del mondo, la domenica, davanti alla Fiera del mare. Ridicolo e agghiacciante.

Il sangue sul termosifone. Della Diaz mi ricordo solo quel termosifone e una porta sfondata a calci, un buco che si vedeva dall’altra parte.

Carlo Giuliani, con il costume da bagno sotto i pantaloni, ma questo l’ho saputo dopo. E che era morto, altro che spagnolo. Un colpo di pistola, altro che sasso. Cazzo, non si fa così, non si tiene l’ordine pubblico così. E se l’è cercata, se lo merita, ma che cazzo di discorsi, investito due volte. Non si fa così.

Poi più nulla. Davanti alla TV, angosciato per la sorte di persone che non conoscevo. Offeso per la mia città violata. Frustrato dalla partecipazione, che non poteva diventare testimonianza.

A Genova nel 2001 gli altri mondi possibili si sono scontrati fragorosamente e quello che ha avuto la meglio non è stato il migliore, dei mondi possibili.

Oggi, dopo dieci anni, è un mondo ingiusto quello che ci ritroviamo, iniquo e fragile, dove i condannati vengono promossi, dove il numerino sul casco è un tabù, dove puoi bestemmiare Dio e il Presidente, ma non puoi criticare il “modello di sviluppo”, non puoi opporti a una merendina, o a una tratta ferroviaria. Per principio.

E’ un mondo dove non hai più il diritto di sperare che un altro mondo è possibile, che domani andrà meglio. Non c’è razionale economico, non è “produttivo”.

E ti rimane la dolorosa consapevolezza che quello che è successo a Genova sia stato l’antipasto, la prova generale, una sperimentazione di qualcosa che non si è ancora sviluppato fino in fondo. Che sia così facile “sospendere” la Democrazia, così pulito e indolore, da desiderarlo, quasi. Una candela, che si spegne lentamente, prima di dormire. E non ci si pensa più.

Io a Genova non c’ero.

Ma anche io, come tanti altri, a Genova ho perso tante certezza. E, forse, qualche speranza.

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