Lavoro: il dopo-giovani è già cominciato

di AsinoMorto

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Chi sono i giovani? Quasi ogni giorno qualcuno scarica nella nostra conoscenza e nella nostra immaginazione cifre, percentuali, statistiche, che sono sempre allarmanti. Ma, se le mettete insieme, noterete subito che ogni pezzo non coincide con l’altro. Ne nasce una immagine che dovrebbe allarmare non tanto per le notizie che dà (il non lavoro, la non scuola, il non futuro ) quanto per il senso che non ha.

Chi sono i giovani? Sono, per convenzione ormai comunemente accettata, gli “under 30″ se si parla di formazione, gli “under 40″ se il contesto è il lavoro. Se parliamo di formazione, i non trentenni che sono impegnati (o dovrebbero) a prepararsi per dopo, per il lavoro, le professioni o la scienza, sono ancora parte di un vasto mondo caotico che chiamiamo “la scuola”. Se parliamo del dopo, li troviamo chiusi fuori dal lavoro. Sono chiusi fuori dagli anziani che non vogliono perdere i loro privilegi.

Nella vera vita, questa contrapposizione di universi, giovani-anziani, non esiste, perché i giovani sono i figli degli anziani (come potrebbe esserci una generazione successiva senza legami con quella che precede?). E dunque i giovani vengono immaginati come frenati e osteggiati da padri e madri che sono occupati e adeguatamente pensionati, mentre vivono nella stessa casa con i figli ingiustamente esclusi dalla concorrenza sleale dei genitori. Alcune settimane fa, il prof. Mario Deaglio, scrivendo sulla Stampa sosteneva che “i precari sono lavoratori cuscinetto che assorbono i colpi della crisi e forniscono un riparo ai più sicuri”. E concludeva: “Le due parti del Paese non si conoscono”. È una descrizione suggestiva, ma ovviamente non vera che copre un fatto semplice e tremendo: il lavoro non c’è, è stato “tagliato”, così come per gli stessi giovani, in cammino verso il futuro, è stata tagliata (ovvero immensamente declassata) la scuola e la ricerca.

Il prof. Deaglio non è solo. Due studiosi noti nel mondo come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sostengono insieme i seguenti punti (Il Corriere della Sera, 10 maggio):
1) “L’età media degli italiani è la terza più alta al mondo. Se le riforme che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, è difficile che siano sostenute dai partiti”.
2) “La famiglia è diventata il meccanismo di protezione dei giovani. La loro sopravvivenza è assicurata, il dinamismo e il futuro no”.
3) “Bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro abolendo la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, sostituendolo con garanzie che crescono con la anzianità sul posto di lavoro”.
4) “Si deve sbloccare la gerontocrazia che domina l’Italia. Per esempio, perché non abbassare a 16 o 17 anni l’età per votare o porre dei limiti (esempio: 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società quotate?”.

Prendo quest’ultimo punto. Siamo sicuri che siano in questo elenco (per esempio nei membri anziani dei consigli di amministrazione) le controparti che bloccano il futuro dei giovani? Pensate davvero che sia l’età a impedire a questo Parlamento italiano di legiferare in modo da aprire il futuro ai giovani? Il ministro Gelmini ha fatto, da giovane, la peggiore riforma della scuola che ci si potesse aspettare; il giovane ministro degli Esteri va e viene dall’isola di Santa Lucia (mentre il mondo si incendia) per tentare di danneggiare il presidente della Camera; il giovane ministro della Giustizia ha lasciato le carceri in condizioni disumane, e si dedica anima e corpo alle intercettazioni che disturbano il suo capo; il non anziano ministro degli Interni ha cacciato con violenza e brutalità i giovani e giovanissimi tunisini che, in pieno dramma del Nordafrica, erano arrivati a Lampedusa gridando “Viva l’Italia” (e, come insegna l’America, il loro contributo al risveglio auspicato dai due studiosi sarebbe stato rilevante). Nessuno di questi ministri, e politici e presidenti di commissione di ogni età ha legiferato in alcun modo sul lavoro non per ragioni generazionali, ma per ragioni di cattiva politica che dei giovani non sa cosa fare, tranne che nel mondo dello spettacolo.

Purtroppo però il cuore della proposta Alesina-Giavazzi è togliere: togliere garanzie ottenute in altri tempi agli “anziani” senza notare (vedi la vicenda Marchionne) che comunque quegli “anziani” (che poi sono i genitori) sono in uscita, che il loro lavoro non c’è più e che il problema non è di smontare un mondo finito, ma di montarne uno, decente e vivibile, per chi viene dopo, in condizioni fortemente sfavorevoli, comunque profondamente cambiate, nel mondo del lavoro. Perché camuffare ciò che è sotto gli occhi di tutti? I giovani sembrano troppi per la scuola (classi superaffollate da bambini e niente posti di ricerca per i più qualificati alla fine del percorso) e troppo pochi per il mondo del lavoro. Non contribuiranno mai abbastanza, si dice, per le pensioni degli anziani. Meno che mai per le proprie. Ma sul posto di lavoro si sommano due politiche: il governo xenofobo blocca e caccia e perseguita i non italiani. E gli italiani vengono fatti girare dentro piccole posizioni precarie senza alcuna garanzia, e con una tendenza ad aumentare sempre di più la distanza tra le persone e il lavoro. C’entrano gli “anziani” con il loro contrattino “privilegiato”? La tendenza sembra ovvia: eliminare i lavoratori “di vecchio tipo” e fare spazio per un agile mercato del lavoro giovane, senza garanzie, senza tutele, ognuno da solo, tavolo per tavolo e giorno per giorno. Il dopo-giovani è già cominciato.

Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2011

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