La Storia siamo noi

di AsinoMorto

Domani è il 17 Marzo, festeggiamo l’Unità d’Italia e io prenderò da parte la mia bambina di quasi 10 anni e le racconterò la nostra storia. 

E partirò dall’inizio, perché se è vero che tutto parte da Enea, allora noi siamo figli di rifugiati politici medio-orientali, arrivati con un barcone. E anche se fossimo Celti, sempre saremmo figli di emigranti. E questo vorrà pure dire qualcosa.

Poi le parlerò dei Romani e di come hanno inventato quasi tutto e costruito un impero che è durato mille anni e che è caduto, anche se non in un giorno. E che hanno lasciato un vuoto, che è stato riempito da altri e ci sono state brutte cose ma tanti libri salvati e tante chiese che vediamo ancora oggi.

E poi il Rinascimento e la Bellezza e le Corti e i Cortigiani, che esistono ancora oggi e come mai c’è una Lombard Street in quasi tutte le città europee e come mai il pianoforte si chiama così in tutto il mondo.

E poi il Risorgimento, che è quello che stiamo festeggiando, e il coraggio di quei giovani e la Repubblica Romana. E Mazzini perché i sognatori fanno una brutta fine ma i loro sogni prima o poi si realizzano. E Cavour che è giusto imparare che c’è differenza tra politico spregiudicato e politico senza scrupoli.

E quel bel tipo di Garibaldi, sul suo cavallo e i Mille, che se gli Inglesi gli passavano una partita di tessuto di un altro colore, magari nero o grigio, la storia sarebbe stata diversa.

E l’inno e Manzoni e anche un po’ di quello sfigato di Leopardi, che poi ad andare a leggere bene, proprio sfigato non era. E un po’ di Pellico, poveretto, e Dumas che seguiva Garibaldi come se fosse una rock-star. E Mameli che è diventato più famoso di Novaro, perché la storia è fatta anche da chi dimentichiamo.

E poi Porta Pia e la Chiesa e le spiegherò perché suo padre va in chiesa e non si inginocchia mai davanti all’altare e quanto sangue e fatica e sudore c’è voluto per permettergli questo piccolo gesto di superbia.

E poi le racconterò della piccola vedetta lombarda, ma solo perché aveva circa la sua età quando è morto, cadendo da quell’albero. E dagli appennini alle Ande, perché solo ieri gli emigranti eravamo noi.

E poi la prima guerra mondiale, che è stata guerra di popolo perché è il popolo che c’è morto e almeno ha unito un po’ gli italiani, nel fango e col sangue che è doloroso ma non è il modo peggiore.

E poi le donne che hanno incominciato a esistere e a essere visibili e il loro dolore si è fatto sentire perché le guerre hanno sempre prodotto qualche eroe e tante vedove e madri disperate. Ma le Guerre Mondiali qualcuna di più.

E poi il fascismo e Gobetti e i Fratelli Rosselli (e anche Pertini che festeggia ai Mondiali) e la seconda guerra mondiale e le dirò che la notte più buia è sempre seguita dall’alba più luminosa. E le racconterò della Resistenza, della Repubblica di Montefiorino e di Genova che si è ribellata sotto le bombe e del più grande sciopero nell’Europa occupata e i Comunisti che proteggevano i macchinari perché va bene la Rivoluzione Proletaria ma il Lavoro prima di tutto. E le parlerò anche di Salò e dei giovani fascisti, perché impari che la storia è fatta anche da chi aveva torto.

E di nuovo le donne, che andavano in bicicletta a portare messaggi e combattevano e sono morte con e per i loro uomini. Meno spesso viceversa.

E le racconterò della Costituzione, moderna e coraggiosa ancora adesso, fatta da chi era sopravvissuto, in memoria di chi non ce l’aveva fatta. E Calamandrei, andate là dove quei giovani sono morti. 

E le spiegherò dell’Europa che fortemente volemmo perché di una cosa tutti erano sicuri: mai più. E se ti sembra roba da poco, allora non hai capito niente.

E poi gli anni ’60 e la fatica dei suoi nonni e i Neorealisti e anche un po’ di Totò e Pasolini che non c’entra niente con i primi, se non fosse che tutti, a modo loro, avevano già capito come saremmo diventati.

E poi velocemente il ’68 e il ’77, dove molti si sono persi e mai più ritrovati. E poi gli anni ’80 e ’90 dove si sono persi tutti gli altri e non c’è molto da dire perché c’è la TV e poco altro.

Questo è quanto. Naturalmente farò del mio meglio a essere veloce e leggero per non annoiarla, le lancerò piccole briciole come di pane, come sul davanzale per attirare gli uccellini. Ci penserà più avanti ad approfondire, se lo vorrà.

Credo che sia un bel modo per commemorare il 17 marzo, perché vorrei che mia figlia vivesse il mondo con animo aperto e cuore saldo e per lei non sarà facile e dovrà andar lontano.

E più si va lontano, più ci vogliono ali forti e radici robuste e bisogna sapere da dove si parte, per capire dove si vuole arrivare. 

E come tutti sanno, quando il bosco è fitto e la strada tortuosa, non c’è niente di meglio di qualche briciola di pane.

Se si vuole tornare a casa. 

Buon 17 marzo a tutti.

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