Esegesi della esegesi

di AsinoMorto

Voglio commentare l’intervento di Benigni al Festival dell’altro ieri e spiegare perchè secondo me è piaciuto tanto.

Benigni è senz’altro sopravalutato come attore e tanto più come regista. Ma come affabulatore ha dei numeri. Secondo me fa parte di quella solida schiatta di artisti che formano il loro racconto partendo dalla Tradizione Popolare (e non arrivandoci, come fa chi preferisce le macchiette) e in questo senso Benigni sta a Dario Fo come Rabelais sta a Voltaire oppure, meglio, come Mel Brooks sta a Woody Allen. E scusatemi se oso accostamenti più grandi di me.

L’altro ieri a Sanremo c’era il Benigni affabulatore e, siccome la tecnica è tutto, ha impostato il racconto su tre momenti ben distinti e ben studiati: il momento caciarone per scaldare, quello profondo per conquistare, quello intenso per vincere la partita.

Il momento caciarone non è stato niente di speciale, qualche battutina velata di par-condicio (un po’ a Berlusconi, un po’ a Bersani), molto movimento sul palco, null’altro da segnalare.

Il momento intenso è stato invece Puro Spettacolo e si è portato via tutto il pubblico. L’idea del Patriota che canta Fratelli d’Italia prima della battaglia è bella, come bella è stata l’idea di cantare l’inno più lento.

Intermezzo: già Umberto Eco consigliava di suonare Fratelli d’Italia più lentamente, così da ottenere un effetto più solenne. E, tanto per dire, anche la versione lenta di “l’estate sta finendo” dei Righeira ha un certo non so che…

Ma parliamo del piatto forte, il momento centrale. Io credo che sia stato veramente “memorabile” (la parola “memorabile” è stata ripetuta a sfinimento l’altra sera, chissà perchè) e non perchè è stato un bell’esempio di divulgazione o una fulminante dimostrazione di istrionismo intellettuale come è stato detto. Io credo che sia stato memorabile perchè Benigni è riuscito a dirci qualcosa di molto semplice e profondo e che nessuno ci diceva da parecchio tempo.

Benigni ha voluto ricordarci che solo fino a ieri avevamo sogni e aspirazioni e credevamo in qualcosa di grande e per questo eravamo anche disposti a morire giovani e che abbiamo fatto cose formidabili quando siamo stati uniti, quando abbiamo voluto essere uniti. Ci ha ricordato che possiamo ancora avere dentro qualcosa di quelle donne e quegli uomini, che non siamo sempre stati come siamo ora. Che siamo stati meglio di così.

E quando questo semplice messaggio è arrivato, la platea, quella massa informe addormentata che vede Rai1, quella massa informe non più popolo, forse non ancora del tutto plebe, ha sentito una scossa, una scintilla potentissima che li ha svegliati dal torpore, solo per un attimo.

E così, quasi per magia, una ridicola marcetta cantata lentamente da un giullare che sta pensando a un giovane patriota che domani forse morirà, è diventata l’immagine di un popolo che si è già perso altre volte ma che altre volte si è ritrovato e che ha fatto cose grandi, che il mondo ha invidiato.

Quell’inno a occhi chiusi è diventato il racconto di un popolo che spesso ha paura di come potrebbe essere; come nei film di Sordi in cui siamo cialtroni, cinici e individualisti ma alla fine, solo alla fine, ce ne usciamo fuori con gesti di grande dignità e coraggio; come a quei tempi in cui franza o spagna purchè si magna ma poi, quando proprio non ne possiamo più, abbiamo fatto le 5 giornate, la Repubblica Romana, la Resistenza; come quando amiamo il nostro paese ma solo un po’, senza esagerare che ci viene da ridere.

E così, quasi per magia, come non mi succedeva da anni, ho pensato che questo popolo forse ce la potrebbe ancora fare a ritrovarsi di nuovo. Solo per un attimo ho creduto che siamo veramente tanto meglio di così.

E’ stato un bell’attimo. Ed è per questo che secondo me Benigni è piaciuto tanto l’altra sera.

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