Giallo

di AsinoMorto

Sono annoiato, frustrato, alla fine pazzo. Per noia e frustrazione decido di uccidere una vecchia che non conosco, una qualsiasi.

Mi preparo l’alibi. Scrivo un software, facile facile, che a una certa ora si attiva e accoda una serie di attività sul mio PC in modo da simulare la mia presenza sulla tastiera.

Mi preparo l’arma: un coltello di ghiaccio, classico letterario un po’ vecchio, ma sono fatto così.

Esco. Scelgo una vecchia a caso, ritorna dalla spesa, la seguo fino alla porta di casa, apre, entro anch’io con la forza. La uccido con 53 coltellate. E’ così che si guadagna il titolo sul giornale.

Mentre la vecchia cessa di respirare, cerco la cucina, il coltello finisce nel lavandino, giro per la casa, le solite cose da vecchio, di un altro tempo, sarò anch’io così quando invecchierò ? Invecchierò ?

La mia attenzione si concentra su un cammeo esposto su un mobile. Un bell’oggetto, non particolarmente prezioso ma di pregiata fattura. Probabilmente la punta massima di creatività di qualche artista di provincia.

Lo metto in tasca ed esco, tranquillamente, nella sera ne’ troppo calda, ne’ troppo fredda.

Il giorno dopo. Titoli, morbosità, copertura mediatica, gongolo soddisfatto, mi sento vivo.

Parte l’inchiesta. La polizia brancola nel buio ma alla fine le indagini restringono il cerchio. In mezzo al cerchio ci sono io.

Una giovane ispettrice di polizia capisce chi è il colpevole ma non riesce a dimostrarlo a causa della pigrizia esistenziale di un tecnico della Polizia Postale, figura minore ma significativa di accidioso, metafora della decadenza dell’italia contemporanea.

La giovane ispettrice non si innamora di me. Io non mi innamoro di lei. Sono troppo pieno di me e questa non è una storia d’amore.

Alla fine il trucco del software funziona, la faccio franca, il caso è chiuso e va ad aumentare la statistica dei casi irrisolti e la percentuale di italiani che non si sentono sicuri. Si vocifera di responsabilità extra-comunitarie.

E’ una bella sera, questa volta tiepida e luminosa di stelle. Esco, euforico, mi godo, ingiustamente, le bellezze del creato.

Incontro tre balordi, fatti e sfatti. Per gioco, solo per gioco, mi picchiano a morte. Uno di loro è il nipote drogato della vecchia che ho ucciso che si vendica su di me, del dolore che ha provato (mentendo dicendo a se stesso che non fregava niente a nessuno di quella vecchia. Ma a lui in fondo interessava, sotto sotto) sfogando la sua rabbia su un essere colpevole, membro di una umanità non colpevole. O forse viceversa.

Resto lì tra la vita e la morte per tutta la notte. Prima di morire, chissà perchè, tiro fuori dolorosamente dalla tasca il cammeo della vecchia e spendo il mio ultimo sguardo sull’insolita bellezza di quell’oggetto.

Muoio con il cammeo in mano. Infelice, si immagina, ma non sarei sicuro.

Poco dopo, passa per caso una bimba, 12 anni, chissà perché è da quelle parti. Coda bionda, occhi azzurri che ridono fino a che non vede la morte per la prima volta e il cammeo su cui la sua attenzione sfugge, per difesa inconscia, si presume.

Lo prende, lo mette in tasca, scappa via. Chissà perché.

Su quel momento, sulla morte e sulla bellezza semplice di quell’oggetto, la bimba costruirà la sua vita. Diventerà una artista, umile e forte e dedicherà tanta parte delle sue energie ad aiutare le persone a sopportare le proprie sofferenze, attraverso la bellezza del mondo e il calore della sua umanità. Tutto, in fondo, per dimenticare quell’unico momento di morte e i suoi occhi, che hanno smesso di ridere, fortunatamente solo per un attimo.

Io vengo dimenticato all’omicidio successivo. Le opere della bimba diventata donna durano, forse non per sempre, ma per un periodo di tempo sufficiente per destare ammirazione. Rispetto.

La morale di tutto questo ? Non esiste. Il mondo va così e così funziona. Semplicemente.

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